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Antologia ragionata del dott. Umberto Veronesi, nichilista di tendenza

Antologia ragionata del dott. Umberto Veronesi, nichilista di tendenza

Data:
27 Febbraio 2008
Autore:
Francesco Agnoli
 

Aborto, fecondazione artificiale, clonazione, eutanasia: il celebre oncologo diffonde il verbo della tecnoscienza con una crescente mole di pubblicazioni.

Cari cattolici democratici, ecco chi è il vostro capolista al Senato in Lombardia.

Umberto Veronesi è un famoso oncologo italiano, che, dopo una brillante carriera, ha deciso di dedicarsi alla pubblicistica, e a diffondere alcune certezze: la bontà dell'aborto, della fecondazione artificiale, della clonazione, della sperimentazione occisiva sugli embrioni umani e di tutte le altre possibilità tecnoscientifiche odierne. Recensito un libro di Umberto Veronesi, ne esce immediatamente un altro. Non è facile, dunque, starci dietro, benché i concetti siano piuttosto semplici, in quanto, in fondo, sono sempre gli stessi. Uno degli ultimi libri pubblicati, "Organismi geneticamente modificati" (Sperling&Kupfer, 2007), scritto insieme a Chiara Tonelli, inizia subito con un concetto che è caro al celebre oncologo: "La vita è infatti un insieme di reazioni chimiche", e "per la natura l'essere umano potrebbe essere semplicemente uno dei tanti tasselli da sacrificare, se l'evoluzione lo imponesse". Che sia chiaro: stiamo parlando di uomini, ma è come se stessimo parlando di animali, piante, reazioni chimiche, e basta! Il primo capitolo del libro è intitolato "Un pianeta destinato alla fame" e esordisce con una citazione da Thomas Malthus. Nihil sub sole novi: continua la battaglia contro l'uomo, continua l'opera di riduzionismo filosofico. Il lettore di Veronesi deve convincersi, sino alla spossatezza, di non essere nulla, se non un insieme di pulsioni e reazioni chimiche, talvolta assai pericolose, per il destino stesso del pianeta. Di non essere affatto un "animale politico", un "animale sociale", pensante e parlante, dotato di corpo e di anima: questo è il nucleo forte del Veronesi-pensiero.

Sui dettagli, si può variare, ma non troppo. Nel precedente "Scienza e futuro dell'uomo" (Passigli, 2005) Veronesi partiva sempre dalla stessa dogmatica affermazione: l'uomo con Copernico sarebbe "tornato ad essere parte di un processo evolutivo che include animali, piante e tutti gli esseri viventi. L'uomo viene così ridimensionato e nasce da lì il pensiero scientifico". Poi però quest'uomo, uguale a piante ed animali, diviene improvvisamente un essere capace di cose straordinarie, grazie alla potenza della tecnologia: "Basta intervenire sul Dna prima dell'impianto nell'utero, inserire o togliere un gene, e possiamo creare un bambino che vivrà centovent'anni. Questo potrebbe avvenire domani mattina, possiamo farlo" (p. 49). E proseguiva: "Pensi che, se volessimo, in un ovulo fecondato in vitro potremo inserire nel Dna il gene dell'ormone della crescita di un elefante e ottenere dei bambini alti quattro metri" (p. 50). Così lo scienziato che cerca di abbassarci un po' l'orgoglio di creature spirituali ci dice poi che possiamo fare tutto, proprio tutto, come dei novelli demiurghi. Nell'ultimo libro, già citato, riprende il concetto: "Teoricamente la stessa cosa si può fare anche con l'uomo: per esempio inserendo nel suo codice genetico il gene dell'ormone della crescita di un elefante"; oppure si potrebbe eliminare il gene P66: "Se lo si elimina quando un uomo è ancora embrione quella persona potrebbe vivere sino a 120 anni" (pp. 74-75). Dopo aver ipotizzato la vita sino a 120 anni, non solo a parole, ma anche investendo nella ricerca, che ritiene assai redditizia, sul gene P66, Veronesi arriva immancabilmente all'eutanasia (e talora può tornare l'amato elefante): "E' un dovere affrontare la morte serenamente, come gli elefanti, che si ritirano per morire, o gli alberi che cadono perché hanno concluso il loro ciclo vitale" (p. 73 di ‘Scienza e futuro dell'uomo')". Poco dissimile il ragionamento nel suo precedente "L'ombra e la luce" (Biblioteca di Repubblica, 2005): "Considero la morte nient'altro che un evento biologico. E' la rigenerazione, il lasciare spazio agli altri, come fanno quegli animali che da vecchi, si staccano dal branco per andare a morire soli" (p. 30). Sempre in questo libro, a pagina 46, scriveva: "Questo significa che se la scienza manipolasse il Dna, e in teoria può farlo, potrebbe determinare in laboratorio la lunghezza della vita. Se si togliesse il gene P66 a un uovo umano fecondato, si creerebbe una nuova specie umana in grado di vivere tranquillamente fino a cent'anni e oltre".

Nel suo "Il diritto di morire" (Mondadori, 2005), l'ossessione di Veronesi vitaprolungatainlaboratorio-mortedeterminatainlaboratorio si esprimeva con afflati misticheggianti: "E il motore di questa rigenerazione è il Dna umano che, riproducendosi, in ciascun uomo, propaga incessantemente la vita... potremmo quasi dire che la trasmissione del nostro Dna alle generazioni successive potrebbe essere letta come la versione moderna dell'immortalità, in quanto il Dna è in effetti immortale. Inoltre, trasferendosi da un corpo all'altro (?), riassume anche il concetto antico di reincarnazione" (p. 12). Infine, nel suo penultimo libro, "La libertà della vita" (Raffaello Cortina, 2007), completamente-calato nella mistica scientista, Veronesi auspica un mondo in cui gli anziani, a cinquanta o sessant'anni spariscano (p. 39) e in cui i giovani si riproducano per clonazione riproduttiva, senza bisogno di entrambi i genitori, come ai tempi dell'androginoermafrodita originario (pp. 85-100; è una scoperta scientifica di Veronesi, l'ermafrodita originario, o un ennesimo abbaglio filosofico-esoterico?). Studiare il Veronesi-pensiero, insomma, è facile e difficile allo stesso tempo: l'uomo un po' si ripete, un po' si contraddice, un po' filosofeggia, un po', però, pensa anche al concreto. Veronesi infatti non è solo prolificissimo scrittore, ma è anche azionista di una azienda di biotecnologie di nome Genextra, che avrebbe guadagnato lauti compensi dalla possibilità di sperimentazione occisiva sugli embrioni, vietata, almeno a parole, dalla legge 40; nello stesso tempo confida in un progetto di ricerca sulla longevità umana, convinto di poterla portare appunto ai 120 anni; in simultanea si batte per il testamento biologico. L'ultimo libro sull'argomento, "Nessuno deve scegliere per noi" (Sperling&Kupfer, 2007), è coordinato dall'avvocato napoletano Maurizio De Tilla. Scrive La voce della Campania del febbraio 2007 al riguardo: Maurizio De Tilla figurava nel 1992 tra le migliaia "di iscritti alla massoneria, Grande Oriente d'Italia, all'ombra del Vesuvio. Oggi De Tilla è coordinatore del, comitato Scienza e diritto della Fondazione Veronesi, nonché presidente nazionale della Cassa Forense. Quest'ultimo organismo ha recentemente espresso parere favorevole alla redazione del testamento biologico in forma di scrittura privata raccolta, a titolo gratuito, dall'avvocato, dal medico, o dal mandatario, anziché effettuata per atto di notaio" (forse un po' costoso). Sempre La voce della Campania mette in luce alcuni meccanismi coi quali Veronesi sta diventando ogni giorno che passa una voce martellante, sempre ascoltata e propagandata. Oltre a consigliare testamento biologico ed eutanasia, infatti, la sua fondazione, invita a firmare anche "un lascito testamentario, piccolo o grande che sia... per tramandare i valori in cui crediamo e testimoniare i sentimenti, che ci sono stati cari nella vita". "Ognuno di noi - aggiungono gli esperti contabili della struttura di Veronesi - può scegliere di legare tutti o parte dei propri beni allo sviluppo dei progetti della fondazione". Si possono lasciare soldi, ma anche "un bene mobile, un bene immobile, un appartamento, una casa, un terreno, che la Fondazione possa vendere o affittare per ricavare risorse per portare avanti i suoi progetti". Servono soldi per mantenere riviste, pubblicizzare libri, sostenere fondazioni, organizzare conferenze internazionali sul darwinismo, promuovere il testamento biologico pro eutanasia, finanziare le ricerche sul gene P66 per la longevità...

Continua La voce della Campania: "E sì che di denaro, appartamenti, gioielli o auto di lusso, proprio la Fondazione Veronesi potrebbe farne tranquillamente a meno. Basta scorrere l'altisonante parterre del comitato di sostegno: si va dalla regina delle multinazionali del farmaco Diana Bracco al banchiere prodiano Giovanni Bazoli; dal vertice Mediaset Fedele Confalonieri al presidente di Confindustria e numero uno Fiat Luca Cordero di Montezemolo; dalla Rcs di Cesare Romiti alla Todd's di Diego Della Valle; dal signor Telecom Marco Tronchetti Provera al potente banchiere torinese Maurizio Sella, fino al finanziere Francesco Micheli, a Gabriele Galateri di Genola in diretta da Mediobanca, o l'ex presidente del Banco di Sicilia Alfio Noto. Sicuramente non mancheranno di far sentire la loro generosità ad Umberto Veronesi; magari con lasciti testamentari anticipati a suo favore. Per la Fondazione, naturalmente. Così come non mancano di fargli sentire il loro sostegno emotivo intellettuali del calibro di Umberto Eco e Fernanda Pivano, Claudio Magris e Renzo Piano, senza contare la presenza - sempre nello stesso comitato ‘de roi' - del filosofo e sindaco di Venezia Massimo Cacciari, dell'ex presidente del Senato Marcello Pera e dell'editorialista Sergio Romano. Un partito trasversale del lascito. Tutti premi Nobel o quasi, ovviamente, i componenti del comitato scientifico: Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini, Paul Nurse, Carlo Rubbia, Margherita Hack e Lue Montagnier. ‘Come fare testamento a favore della Fondazione Umberto Veronesi' è poi il link finale, con moduli precompilati ed istruzioni tecniche, per quanti non avessero ancora capito ed apprezzato i benefici della donazione di sè...

Non guarda al colore politico, Veronesi, quando si tratta della salute. E che salute! Il suo Ieo (Istituto europeo di oncologia), altra multinazionale fondata sulla cura del cancro, può contare attualmente come capitale sociale sulla bellezza di quasi 80 milioni di euro. Fra i titolari di tanto ben di dio troviamo nell'azionariato sigle dell'uno e dell'altro schieramento. In area Polo, Mediolanum e la Popolare di Lodi. Sul versante Ulivo Fiat, Telecom, Res, Pirelli e Capitalia. E poi ancora le creature di Salvatore Ligresti Fondiaria e Ras, quindi Banca Intesa, Unicredit (qui il legame è doppio: lo stesso Veronesi è membro del comitato etico della banca), Assicurazioni Generali, l'Italcementi di Giampiero Pesenti, Edison, Banca Popolare di Milano, Mediobanca, oltre al colosso finanziario della ricerca farmaceutica Sorin spa. Quest'ultima rientra nel vasto arcipelago di Genextra, ‘una holding che conduce attività di ricerca sulle patologie dell'invecchiamento, oncologiche, neurologiche e degenerative', come si autodefinisce la società. Costituita nel 2003 su iniziativa di Francesco Micheli e della Fondazione Umberto Veronesi, a settembre 2005 Genextra entra nel campo delle nanotecnologie e acquisisce il controllo di Tethis, leader mondiale del settore. L'operazione è stata realizzata attraverso un aumento di capitale di circa un milione e mezzo di euro, ‘ma - precisa il comunicato stampa diramato dall'azienda - Genextra si è impegnata a sottoscrivere due ulteriori aumenti di capitale per complessivi euro 1,8 milioni da eseguirsi nel corso del 2006 e del 2007'. Ce la faranno? Inutile stare col fiato sospeso, anche perché timoniere di Genextra è ancora oggi il supercollaudato Micheli. ‘Negli anni Settanta - recita la sua biografia - era stato uno degli assistenti dell'allora presidente di Montedison Eugenio Cefis. In seguito fu al centro dell'avventura finanziaria che nel luglio del 1985 consentì a Mario Schimberni di impossessarsi di Foro Buonaparte'.

Veronesi, insomma, gli, amici se li sa scegliere. Come ha fatto proprio per l'organigramma dell'Istituto oncologico europeo che ai suoi vertici amministrativi vede big come la figlia di Salvatore Ligresti, Giulia, l'amministratore delegato di Telecom, Carlo Buora (balzato alle cronache per l'inchiesta sulle schedature illegali che ha travolto Giuliano Tavaroli), e poi il presidente della Popolare di Milano Roberto Mazzotta, i big della finanza nazionale Paolo Maria Grandi, Carlo Puri Negri, Matteo Arpe... Insomma, quando c'è la salute c'è tutto. E più che in salute è proprio l'Ieo: la creatura targata Veronesi di via Filodrammatici, a Milano, nel 2005 dichiara a bilancio un bel +117 milioni e mezzo di euro come ‘ricavi da vendite e da prestazioni', un attivo circolante pari a 63.560.169 euro e partecipazioni per 27.064.602. Piccolo particolare: nell'oggetto sociale la cura degli ammalati risulta fanalino di coda. Si legge infatti chiaramente: ‘Costruzione d'immobili per abitazione ed altri usi. Costruzione fabbricati ad uso abitazione, per fini agricoli, industriali, commerciali, etc. Ospedali e case di cura generali'. Pazienza" (http://www.lavocedellacampania.it/).

 

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Negli attuali dibattiti in campo bioetico ci sembra di notare una cosa piuttosto curiosa: invece di fare appello alle ragioni della scienza, invece di fornire prove, argomenti, cifre, conoscenze reali e documentate, a sostegno delle proprie posizioni, i fautori della clonazione, della manipolazione genetica, dell'eutanasia, dell'aborto, e quant'altro, si rifugiano nel campo filosofico, nell'affermazione di pseudo-principi, di concetti astratti, di slogan accattivanti e demagogici. Il confronto sui fatti e le cose, per questo motivo, risulta assai difficile: è lo stesso paradosso per cui l'adorazione della scienza, divenendo scientismo, finisce per abiurare la scientificità, la concretezza, l'esperienza, per divenire ideologia astratta, sganciata da ogni realtà. Il discorso vale anche per la battaglia ad ampio spettro promossa da Veronesi su tutto l'arco delle tematiche della vita. Non per la vita, intendo, ma per limitare, come direbbe lui, il dolore, le ingiustizie, gli "orrori" della vita e della natura, limitando la vita stessa (aborto eugenetico, sperimentazione occisiva sugli embrioni, eutanasia e liberalizzazione delle droghe "leggere").

Il suo intento si inserisce all'interno di quella visione utilitarista della vita che, nel luglio del 1974, condusse i firmatari del primo Manifesto sull'eutanasia (pubblicato all'interno del The Humanist) ad affermare: "E' immorale tollerare, accettare o imporre la sofferenza. Crediamo nel valore e nella dignità dell'individuo; ciò implica che lo si tratti con rispetto e lo si lasci libero di decidere ragionevolmente della propria sorte [...]. In altri termini bisogna fornire il mezzo per morire ‘dolcemente, facilmente' a quanti sono afflitti da un male incurabile o da lesioni irrimediabili, giunti all'ultimo stadio. Non può esservi eutanasia umanitaria all'infuori di quella che provoca una morte rapida e indolore ed è considerata come un beneficio dell'interessato. E' crudele e barbaro esigere che una persona sia mantenuta in vita contro il suo volere e che le si rifiuti l'auspicata liberazione quando ha perduto qualsiasi dignità, bellezza, significato, prospettiva di avvenire. La sofferenza inutile è un male che dovrebbe essere evitato nelle società civilizzate [...].Ogni individuo ha il diritto di vivere con dignità, ha anche il diritto di morire con dignità".

A chi legga i libri di Veronesi, o i suoi articoli, non può non balzare agli occhi questa semplice verità: il suo argomentare è essenzialmente filosofico, teologico, e assai poco medico. Cita il suo amico Massimo Cacciari, l'Ecclesiaste, il limbo e la sofferenza di Giobbe, Eraclito, gli stoici; sant'Agostino, san Tommaso, alcuni teologi protestanti, Diderot e D'Alambert. Lo fa, anzi, con una facilità, apparente, che potrebbe far invidia anche ad un professore di filosofia. Così, di fronte ad una tale abbondanza di argomentazioni filosofiche, a qualcuno potrebbe sorgere un dubbio: che abbia sbagliato mestiere, o che abbia intrapreso gli studi medici, per errore?

Scherziamo, naturalmente, e non oseremmo mai disconoscere la sua abilità e competenza di medico, benché siamo molto più perplessi sulle sue doti di filantropo, cui pure tiene moltissimo. Anzi, proprio questo tenerci, questo servirsi in molte occasioni della sua qualifica di "amico dei malati", sa un po' di ideologico, di demagogico, di non gratuito, specie se poi si scopre che va di pari passo con attività troppo imprenditoriali, come ad esempio le ricerche sul gene P66, dal quale ci si attendono non solo passi avanti per la longevità umana, ma anche, senza remora alcuna, lautissimi guadagni economici (vedi Affari e Finanza del 3 novembre 2005). Tornando alla filosofia, le parole che più ricorrono, nel gergo di Veronesi, sono libertà, casualità, legge del più forte, e, soprattutto, male, dolore, sofferenza. Il vero scandalo, ai suoi occhi, è lo scandalo del male: "Il mondo è pieno di mostruosità, di orrori, di sbagli, dove tutti sono contro tutti". La cosa del resto è assai comprensibile, umanamente parlando: anche Cristo è stato scandalo; nella sua sofferenza ed umanità, per i suoi stessi apostoli. Per stare un po' bene al mondo, però, come diceva Chesterton, "abbiamo bisogno, guardando ciò che ci circonda, di avere insieme la sensazione della sorpresa e la sensazione dell'accoglienza". Abbiamo bisogno cioè di scorgere quello che c'è, o che ci può essere, o che, si può costruire, e non solo quello che manca, come se fosse condannato a mancare per sempre. "La mia accettazione dell'universo - continuava il grande scrittore inglese - non è ottimismo; è piuttosto qualche cosa di simile al patriottismo. Si tratta di lealtà elementare [...]. La questione non è di sapere se il mondo è troppo triste per essere amato o troppo lieto per non essere; la questione è che quando sii ama una cosa, la sua letizia è una ragione per amarla e la sua tristezza una ragione per amarla di più". Sono paradossi, è vero, ma nulla rispetto al paradosso per eccellenza, e cioè all'incredibile parentela che esiste, al mondo, tra amore e dolore! Questa parentela, che il cristianesimo ha colto, e che la vita mostra sin dal suo comparire, allorché mescola il dolore del parto con la gioia della nascita, a Veronesi sfugge totalmente: per questo, dopo aver accusato più volte il cattolicesimo di pessimismo, naufraga, paradossalmente, nel pessimismo più radicale e totalitario, che abbassa l'uomo a bestia, la vita a dolore, la natura a foresta di belve, la morte a cessazione di tutto, il tutto a nulla. Espropriato Dio della bellezza della creazione, e l'uomo della speranza teologale, Veronesi apre una sola finestra, quella dell'orgoglio luciferino, dell'uomo che si fa Dio di se stesso, e che ricrea, o distrugge, a suo piacere, la natura "mostruosa": l'uomo che "determina la lunghezza della vita in laboratorio"; l'uomo che urla la sua rabbia attuando un "dominio sul proprio Dna, o sul Dna di altri esseri viventi" ("L'ombra e la luce"). Dominio effimero e fasullo: triste illusione di chi ha l'animo sconvolto dalla ribellione, di chi invoca il peccato, la disobbedienza di Adamo come "il primo atto di coraggio osato dall'uomo".

Vengono in mente, a tale riguardo, la posizione di Alain Delon ("Non lascerò che sia Dio a stabilire l'ora della mia morte"), o quella antitetica, di un uomo similmente dissoluto e ribelle, ma profondo, come il grande scrittore Oscar Wilde. Dopo una vita di orgoglio, di peccato celebrato e di presunzione, una volta sperimentato il dolore della prigionia scriverà, prima di convertirsi, di aver capito che il male nel mondo non è la negazione nè la dimostrazione della non esistenza di Dio: "Ora mi pare che l'amore di qualche specie è l'unica spiegazione possibile alla straordinaria quantità di dolore che c'è nel mondo. Non posso concepire nessun'altra spiegazione. Sono convinto che non ne esistono altre, e che se il mondo fu proprio costruito col dolore, fu costruito dalle mani dell'amore, perché in nessun altro modo l'anima dell'uomo, per cui il mondo è stato fatto, potrebbe raggiungere l'intera misura della sua perfezione". E concludeva però affermando che "lo stato di ribellione chiude le vie dell'anima, escludendo le aure del cielo". Una ribellione contro Dio che lui stesso aveva sperimentato, e rinnegato, e che rimane presente, invece, nelle tante considerazioni filosofiche e teologiche che Veronesi mescola alle sue posizioni bioetiche; e che deriva forse che dall'aver visto troppa gente morire, di cancro, sola, senza Dio e senza il prossimo. Perché nell'era dell'uomo che si fa Dio, che eleva la ribellione al di sopra della fiducia e dell'abbandono, il dolore perde veramente il suo significato, e lascia a molti, come unica via d'uscita, solo un estremo atto di sfida, di disperazione e di solitudine, come l'eutanasia. Ad essa si riferisce Veronesi, ancora una volta, nel suo pubblicizzatissimo "Il diritto di morire", in cui non fa che ricollegarla al concetto di libertà, al principio di autodeterminazione: l'eutanasia non sarebbe altro, in fondo, che un modo come un altro per essere veramente se stessi, consapevoli che alla fine, per affrontare la morte "con maggior serenità", basta non credere nell'aldilà, ma soltanto nel perpetuarsi del patrimonio genetico e cioè del Dna, che "riproducendosi in ciascun uomo propaga incessantemente la vita" (mentre Veronesi propaganda la "dolce morte"), e realizza una "versione moderna dell'immortalità, in quanto il Dna è in effetti immortale"! Amenità e filosofemi a parte, il resto dell'argomentazione pro eutanasia si riduce ad un falso pietismo a buon mercato, in cui appunto la parola pietà viene di continuo profanata, scimmiottata, invertita, proprio come ai tempi di Adolf Hitler "Si garantisca - scriveva il dittatore al dottor Karl Brandt, decretando l'eliminazione di migliaia e migliaia di giovani e anziani malati - la morte pietosa ai pazienti considerati incurabili secondo il miglior giudizio umano".

A tale proposito lo psichiatra americano Leo Alexander, a cui fu commissionato uno studio sui piani eutanasici del nazismo, scriveva: "Qualunque proporzione abbiano assunto alla fine i crimini nazisti, a chi li ha studiati appare ormai chiaro che iniziarono a piccoli passi. All'inizio si trattò solo di un piccolo spostamento nell'atteggiamento di fondo dei medici. Il primo passo fu l'accettazione dell'idea, fondamentale nel movimento pro eutanasia, che può esistere una vita non degna di essere vissuta. Questo atteggiamento, all'inizio, riguardava esclusivamente i malati molto gravi e cronici. Gradualmente la sfera di chi poteva essere incluso nella categoria si andò allargando fino a comprendere gli individui socialmente improduttivi, quelli ideologicamente indesiderabili...". E' del tutto evidente, pertanto, che se l'umanità perde il concetto di sacralità della vita, e si allontana dall'ambito del sacro e dalla fede, anche il culmine dell'esistenza (cioè la morte) perde il suo profondo valore. Il tempo del morire acquisisce significato solo se apre ad una trascendenza, verso una pienezza di vita. Nell'era della tecnologia e del progresso illimitato, però, la ricerca dell'utilità determina il sorgere dell'etica edonistica, per la quale l'evento della morte è nient'altro che un semplice incidente di percorso.

A tal proposito vale la pena di ricordare la splendida riflessione di Philippe Ariès, il quale nell'affrontare il tema della mutazione della percezione della morte in occidente, scrisse: "La morte è divenuta tabù, una cosa innominabile [...]. Una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii, nella camera e al capezzale del morente [...] oggi i bambini vengono iniziati, fin dalla più tenera età, alla fisiologia dell'amore e della nascita, ma, quando non vedono più il nonno e chiedono il perché, in Francia si risponde loro che è partito per un paese molto lontano, e in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove cresce il caprifoglio. Non sono più i bambini a nascere sotto un cavolo, ma i morti a scomparire tra i fiori". Ecco, di fronte a tutto questo, alle nuove e ridicole divinità, come ad una concezione inumana del dolore, non si può solo ridere, con volgare fragore, come si sarebbe tentati di fare. Al contrario, i cattolici, come si sono adoperati con i Centri di aiuto alla vita per rendere meno sole le mamme e le famiglie, di fronte ad una nascita, si riorganizzano e si riorganizzino oggi come i volontari della Associazione Gigi Ghirotti di Genova, nata per assistere in casa, ogni anno, circa mille malati di cancro, sia attraverso una presenza umana ed amichevole sia cercando di "lenire il dolore nella sua dimensione fisica per mezzo dei farmaci e di tecniche antalgiche diverse". Altrimenti è inevitabile che si finisca come nell'Oregon, dove l'eutanasia, che è spesso considerata come la soluzione finale al dolore solitario, avviene nella solitudine più nera: "la legge dell'Oregon infatti impone al medico di incontrare il paziente una sola volta per determinare se è in fase terminale, di rinviarlo ad un altro medico per conferma, di aspettare due settimane e di vedere se riceve una seconda richiesta di morte. Dopodiché la prescrizione può essere eseguita e il medico può rimanere fuori dal resto della vicenda", di modo che in molti casi "colui che ha eseguito la prescrizione ha conosciuto il paziente soltanto poche settimane prima della (sua) morte".

 

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Ma veniamo al neodarwinismo di Veronesi. Quale può essere il collegamento tra le grandi discussioni odierne sulla moralità di certe manipolazioni della vita, e la teoria darwinista, nella sua parte relativa all'origine dell'uomo da antenati scimmieschi? Ce lo spiegava; indirettamente, già molti anni fa un filosofo inglese, Bertrand Russell, assai distante da posizioni cattoliche: "Un seguace dell'evoluzione sosterrebbe che non solo la dottrina dell'uguaglianza di tutti gli uomini, ma anche quella dei diritti dell'uomo, deve essere condannata come antibiologica, poiché fa una distinzione troppo netta tra gli uomini e gli animali" ("Storia della filosofia occidentale"). Il discorso è semplice: se l'uomo è solo animale, i suoi diritti, ed in particolare quello alla vita, non sono diritti intangibili, inalienabili! Se è solo animale, e cioè materia in evoluzione, inoltre, vi sono stadi più o meno avanzati: uomini, o "razze", o classi sociali, che "valgono" di più o di meno!

Ma andiamo con ordine. Bisogna anzitutto ricordare di nuovo che l'evoluzione in sé è perfettamente compatibile con il pensiero cristiano e con il concetto di creazione, al punto che fu in qualche modo intuita già da san Basilio, san Gregorio di Nissa, sant'Agostino d'Ippona e tanti altri, i quali ritenevano che Dio, nel creare la materia, avesse immesso in essa le capacità, o rationes seminales, per generare nel tempo le varie creature. Ma non è altresì compatibile con l'antropologia cattolica l'idea darwinista, per nulla scientifica, che tutto sia dovuto al caso, e che l'anima non sia in fondo che materia evolutasi attraverso imprecisate ed inspiegabili modalità. Non è, cioè, compatibile con la nostra fede né con l'intelligenza ritenere, come facevano già nell'Ottocento pensatori darwinisti, che il cervello sia solo una macchina a vapore, e che il pensiero venga da esso prodotto analogamente a come l'urina o i succhi gastrici vengono secreti da altri organi. Se infatti così fosse, crollerebbero i fondamenti per affermare la libertà dell'uomo, la sua coscienza, la morale, l'immortalità dell'anima, le sue aspirazioni e tutto ciò che fa di noi degli "animali" razionali, sociali, capaci di scegliere tra il bene e il male. Ne è consapevole lo stesso Darwin, allorché sostiene che il senso di giustizia dipende dall'abitudine, e non riguarda qualcosa di metafisicamente Vero: "Se ad esempio gli uomini fossero allevati nelle stesse condizioni precise delle api, possiamo supporre che, come le api operaie, le nostre femmine non sposate riterrebbero un sacro dovere uccidere i loro fratelli, le madri cercherebbero di uccidere le loro figlie fertili, e nessuno penserebbe di intervenire" ("L'origine dell'uomo", Newton, 1994, p. 603). Così, se l'uomo fosse veramente, solamente, un'altra forma di scimmia, verrebbe meno l'idea, come scriveva Russell, che possano esistere dei "diritti umani" sacri ed inviolabili, superiori a quelli delle altre creature. Infatti, a ben vedere, dovrebbe valere, per le bestie come per noi, la stessa legge: quella del più forte, la legge della selezione naturale. Legge, questa, che piaceva indifferentemente a Marx ed Engels, che la considerava l'altra faccia della medaglia della lotta di classe, e agli economisti liberisti, di cui Darwin era un accanito lettore, ritenendo che "la forza motrice dell'evoluzione" fosse "una specie di economia biologica in un mondo di libera concorrenza" (Russell, op. cit.).

Legge, ancora, che affascinò anche due grandi ammiratori di Darwin, Hitler e Stalin, suoi appassionati lettori, oltre che i primi ad applicare politicamente concetti quali l'eugenetica, la negazione dell'individuo in nome della specie (vedi statalismo e nazionalismo), la selezione artificiale delle razze o delle classi sociali. Le conseguenze pratiche del cieco materialismo evoluzionista sono infatti devastanti. Ne esplica alcune lo stesso Darwin, quando nel suo "L'origine dell'uomo", dopo aver proclamato l'inferiorità mentale e fisica della donna rispetto all'uomo, dopo aver parlato degli "idioti" come esseri "molto pelosi che tendono a esibire caratteri di un tipo di animale inferiore", e dopo aver citato suo cugino, Francis Galton, padre dell'eugenetica moderna, propone che la generazione tra uomini avvenga nello stesso modo di quella tra bestie di un buon allevamento: "Noi uomini civilizzati, d'altra parte, facciamo di tutto per arrestare il processo di eliminazione; costruiamo asili per pazzi, storpi e malati; istituiamo leggi per i poveri ed i nostri medici esercitano al massimo la loro abilità per salvare la vita di chiunque, fino all'ultimo momento. Vi è motivo per credere che la vaccinazione abbia salvato un gran numero di quelli che per la loro debole costituzione un tempo non avrebbero retto al vaiolo. Così i membri deboli delle società civilizzate propagano il loro genere. Nessuno di quelli che si sono dedicati all'allevamento degli animali domestici dubiterà che questo può essere altamente pericoloso per la razza umana. E' sorprendente quanto presto la mancanza di cure, o cure non appropriate, porti alla degenerazione di una razza domestica, ma eccettuando il caso dell'uomo, è raro che qualcuno sia così ignorante da permettere che i propri peggiori animali si riproducano" (op. cit., p. 628). Riproporre oggi, dopo che, anche la scienza ammette l'impossibilità di penetrare realmente nel regno della psiche (dimostrando così la sua assoluta alterità rispetto alla materia), l'idea che Darwin ha dell'uomo, non è allora altro che il tentativo di fondare filosoficamente un terribile tentativo in atto: quello di cancellare il concetto di diritti umani, abbassandoli al livello dei diritti animali; quello di eliminare la concezione cristiana che vincola la dignità umana all'anima immortale, e non alla "composizione materiale", alla salute fisica, alla povertà o alla ricchezza; quello, in sintesi, come si è già detto, di trasformare i medici in veterinari. Ecco spiegato il celebre discorso di Veronesi (Corriere della Sera, 15 maggio 2005) sul suo essere "animalista e vegetariano", e nel contempo sull'uomo che equivale geneticamente allo scimpanzé, per poi legittimare la sperimentazione occisiva sugli embrioni umani! Quello che importa è infatti abbassare l'uomo al livello di animale, per giustificare così, filosoficamente, l'aborto selettivo dei feti malati, o semplicemente imperfetti; le diagnosi prenatali con scopo eugenetico, sino alla proclamazione, come ha fatto Franco Chiarenza, vicepresidente della Fondazione Einaudi, del "dovere" per i genitori di eliminare i figli con handicap; la selezione eugenetica degli embrioni, e mille altre mostruosità, sino alla stessa eutanasia. Proprio riguardo a quest'ultima, infatti, in un libro in cui ne propone la liceità, Veronesi scrive: "Considero la morte nient'altro che un evento biologico. E' la rigenerazione, il lasciare spazio agli altri, come fanno gli animali che da vecchi si staccano dal branco per andare a morire da soli. Credo che una vita basti e avanzi. Ho visto morire meglio i pazienti senza fede" ("L'ombra e la luce") Non siamo noi uomini, dunque, "bruchi nati a formare l'angelica farfalla", come secoli di fede, cultura, arte e filosofia ci hanno insegnato; non "animali razionali" capaci di pensiero e di amore, ma solo bestie di un branco, che devono via via fare spazio ad altre: masse animali, senza volto e senz'anima, senza individualità e senza valore, se non quello generico della specie. "Siamo - scrive ancora Veronesi - parte di un grande disegno biologico che prevede quattro tappe. Nascere, procreare, allevare i figli, morire" (op. cit.). Nient'altro: il resto, per lui, come per gli altri darwinisti, sono favole e sentimentalismi da cattolici! Ecco perché, per concludere, l'intreccio tra darvinismo e disprezzo dei "diritti umani", evidente sul piano filosofico, è perfettamente dimostrabile anche sul terreno storico: fondatori dell'eugenetica sono il figlio di Darwin, Leopold, e, soprattutto, suo cugino, Francis Galton; apologeti e apostoli dell'eutanasia, dell'aborto, della fecondazione artificiale, e financo della liberalizzazione delle droghe, sono l'amico e discepolo di Darwin, Thomas Huxley, e i suoi figli Aldous e Julian. A quest'ultimo, in particolare, si deve non solo l'aver contribuito alla formulazione del neodarwinismo, ma anche la fondazione della American Eugenics Society, della British Eugenics Society e della Euthanasia Society.

 

* * *

 

Il buon Umberto Veronesi non conosce riposo, non vuole permettere che fondamentalisti, assolutisti, dogmatici di ogni genere, come ama definirli, infettino il mondo con la loro ignorante superstizione. Per questo li combatte, producendo a ritmo continuo libri-interviste, in cui cambiano i partner e gli editori, ma rimangono i concetti fondamentali di sempre: difesa dell'aborto, della fecondazione artificiale, della manipolazione genetica e della clonazione. Una delle ultime fatiche di Veronesi, "La libertà della vita", è un dialogo con un altro pontefice del libero pensiero, Giulio Giorello. Due giganti a confronto, sui grandi temi della vita, della scienza, dell'amore. La presenza di Giorello garantisce una cosa: l'assenza di quegli errori marchiani, di quelle date sbagliate, di quei riferimenti storici inopportuni che solitamente impreziosiscono gli interventi di Veronesi (tipo l'Impero romano che era "in decadenza" nel VII secolo). Ma veniamo al sodo. Per iniziare, secondo una strategia propagandistica affinata, occorrono alcune boutade, come l'affermazione secondo cui la chiesa sarebbe sempre e comunque per il dolore, fino se possibile a contrastare le cure palliative e l'utilizzo di farmaci antidolorifici, o come la storiella dei medievali che in nome di Dio si opponevano all'invenzione degli occhiali peri miopi. Si crea così lo sfondo grottesco su cui innestare l'idea fondamentale: sappia il lettore che i due protagonisti del dialogo sono in lotta permanente contro entità spaventose, di una ignoranza e di una rozzezza senza pari.

Fatta la premessa, lo scienziato Veronesi può sbizzarrirsi a sostenere, anzitutto, che il compito affidato dall'evoluzione all'uomo (animale senz'anima) è solo quello di fare figli: "Dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il suo compito è finito, occupa spazio destinato ad altri", per cui bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant'anni sparissero" (p. 39). Si passa poi a Dio, che Veronesi liquida in poche righe, come una invenzione dell'uomo, di cui nella Russia comunista nessuno in fondo sentiva il bisogno. Del resto "anche gli elefanti pregano" (p. 47), e la fede degli uomini nasce di fronte ai temporali, ai lampi e ai tuoni, per paura... (evidentemente permane, purtroppo, anche nell'era del parafulmine, ma solo come residuo primordiale). Ciò non toglie, riprende Veronesi, che si debba dialogare anche con i credenti: pensierino ipocrita di cui ogni buon laicista ama fregiarsi, dopo varie manifestazioni di alterigia e disprezzo. Il culmine del grottesco, in un libro che è veramente piccino in tutti i sensi, viene raggiunto nell'ultimo capitoletto, dove si parla di clonazione, terapeutica e riproduttiva. "E perché non provare a immaginare per i tempi futuri piccoli gruppi che si riproducono e si, diffondono per clonazione?" (p. 83). A questo punto Veronesi immagina il caso di una donna bella e intelligente che voglia un figlio, senza uomini, perché li odia, e ricorra quindi alla clonazione. Come e perché impedirglielo, chiede Giorello, secondo cui tutto ciò che uno desidera può automaticamente farlo (senza rispetto alcuno per l'innocente il debole che vi è coinvolto): "A chi fa male la scelta della nostra ipotetica donna che odia l'intero genere maschile?". E Veronesi risponde: "Non credo che di per sé la mancanza dell'eventuale padre possa costituire da sola una ragione contro quel tipo di clonazione" (p. 89). E prosegue: "Ha senso, e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?... Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Certo per le specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perché tanta paura della clonazione se l'abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di donare se stesse?" (p. 91). Detto questo, Veronesi conclude addirittura dicendo che la clonazione è in realtà il metodo migliore di riproduzione della specie umana perché "il desiderio sessuale cesserebbe così di essere uno dei maggiori elementi di competizione" e nessuno "sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner". Nascerebbe così una società "quasi felice", in cui ognuno vivrebbe "quell'ansia di bisessualità che è profondamente radicata in noi", e "avremmo davanti a noi il Paradiso terrestre". Finisce così, con questa splendida promessa l'ennesima filippica dello "scienziato" laico, che vuole per tutti, in nome della libertà e della scienza, figli in provetta, figli clonati, uomini ermafroditi, e una società senza l'amore tra uomini e donne. E poi dicono che la chiesa è sessuofobica...

24 January

Omofobia -parola creata ad arte dai gay


Lettera pubblicata da «Avvenire» il 20 dicembre 2007: «Credo che la nostra società stia facendo un grave errore: ha concesso all’ideologia gay il monopolio del linguaggio.

Un po’ di anni fa qualcuno mi ribattezzò “eterosessuale”. Io ero semplicemente “normale”. Mia moglie e io avevamo formato una famiglia, società naturale fondata sul matrimonio, i cui diritti sono riconosciuti dalla Costituzione. Desideravamo dei figli, e questo veniva incontro alle necessità della società, che ha bisogno di 2,1 figli per donna per sussistere. I figli nacquero attraverso normali rapporti sessuali, che, essendo potenzialmente fecondi, hanno una rilevanza per la società e per lo Stato.

La distinzione è quindi tra rapporti sessuali e rapporti omosessuali: questi ultimi sono scelte personali, prive di rilevanza sociale, essendo rapporti infecondi (sottolineo “scelte”: una persona può avere tendenze omosessuali e scegliere di NON avere rapporti). Quel prefisso “etero” proviene dall’ideologia gay. Poi qualcuno cominciò a sostituire la parola “omosessuale” con la parola “gay”.

Più spiccio, dicevano. Spiccio e falso: omosessuale e gay non sono sinonimi. Gli omosessuali non gay sono la maggioranza: sono persone riservate, che non amano il chiasso, che non vanno in tivù e non sfilano in piazza, che non rivendicano diritti particolari. Ognuno di noi ne conosce qualcuno. (…). Poi arrivò l’omofobia. Ha un suono simile a una malattia (claustrofobia, aracnofobia,…), ma è una malattia inesistente, inventata dall’ideologia gay per i suoi scopi.

Discriminazione nei confronti degli omosessuali? Il discorso discriminatorio comincia a diventare un po’ ridicolo: conoscete casi di persone rifiutate sul lavoro perché omosessuali? Ragazze vengono invece rifiutate perché giovani spose a rischio di maternità. Persone omosessuali siedono in Parlamento, sono ai vertici di diverse Regioni, sono presenti nel mondo dell’arte, del teatro, della tivù, del cinema, della letteratura, della moda, nelle università e nelle scuole di ogni ordine e grado, hanno una disponibilità di reddito ben superiore alla media, hanno organizzazioni nazionali a loro disposizione: la discriminazione non esiste. La cosa è talmente vera che i casi vengono cercati ed enfatizzati ad arte, come il recente fatto del “gay fuori dal coro parrocchiale”.

La finta malattia detta omofobia serve solo a zittire coloro che contestano l’ideologia gay (si dà dell’omofobo un po’ come un tempo si dava del fascista). All’estero siamo già arrivati alla discriminazione rovesciata: alla fine del 1998 il 25% dei ministri maschi del governo Blair erano omosessuali dichiarati. Adesso arriva il “gender”.

Esplode in Italia dopo una lunga preparazione a livello di Onu e Comunità Europea. Una serie di amministrazioni pubbliche si sono già dotate di testi che contengono la parola “genere”, spesso inserita giocando sulla buona fede degli amministratori che ritengono “genere” la parola elegante da usare al posto di “sesso”. Ho letto sull’”Unità” che l’Istat fa già le statistiche di “genere” (uno degli infiniti sprechi di denaro pubblico).

Solo adesso che la parola è presente ovunque si comincia a spiegare che i generi non sono i due sessi, ma sono 5, o 7, o più ancora. Viene già usata la parola “omocrazia”? Prima o poi bisognerà usarla.

Non perché i militanti gay sono presenti ovunque nelle istituzioni (questo è ovviamente legittimo, se c’è chi li vota) ma perché già avvengono episodi come questo: in una scuola non lontana dal mio paese, per il “monte-ore” degli studenti viene promosso un incontro con rappresentanti di una associazione gay sul tema, scontato, dell’omofobia; una rappresentante degli studenti chiede ai militanti gay la presenza di una controparte; la risposta: “Non è possibile, perché la controparte a questo gruppo sarebbe un omofobo”.

In Italia si può prendere in giro Prodi, si può deridere Berlusconi, si può satireggiare il Papa fino all’insulto, ma un militante gay non può nemmeno essere contraddetto.

Ognuno giudichi da sé questo episodio. Io lo riassumo in due parole: la casta. Firmato: Giovanni Lazzaretti-San Martino in Rio (RE)».

Inconciliabilità tra «progressismo» e cattolicesimo

 
 
E' anche questo: permettere uno spettacolo tanto ripugnante e nel cuore della «città eterna»

Non ne abbiano a male i dossettiani né i cattocomunisti se il loro modo di vedere sarà inesorabilmente fuori dalla logica di un sano ed autentico cattolicesimo e ne dimostri la sua reale incompatibilità.
La formulazione della ideologia marxista figlia dell'idealismo filosofico, che, «rivoltando la dialettica idealista di Hegel, fornì al materialismo una concezione sui processi di cambiamento quantitativo e qualitativo chiamata materialismo dialettico, e un'interpretazione materialista del corso della storia, nota come materialismo storico» (1), appare non del tutto estinta nelle teorie di partito, ma, al contrario, profondamente radicata nel tessuto sociale che pretendeva alla lunga di formare e di uniformare; e benché il delirio soggettivo ed immanentista di onnipotenza che si reputi in grado di produrre (se non addirittura «creare») la realtà circostante - e che, pertanto, rifiuti l'ipotesi creazionista di un Dio trascendente ed immortale ed onnipotente - si riveli in definitiva dallo spessore ideologico privo di reale consistenza oggettiva, illusione perversa di cuori corrosi e di intelletti deviati, vede la propria sopravvivenza (dopo il palese fallimento macroscopico dell'attuazione politica dittatoriale che prese piede nell'Est europeo), nelle attuali «correnti di sinistra», attraverso un camaleontico mutar di pelle, ma non di sostanza.
La verità della scomunica nella quale incorrevano (2) tutti coloro che avessero voluto abbracciare quel tipo di ideologia «intrinsecamente perversa», risiede nella totale inaccettabilità dei presupposti materialistici sui quali essa si fonda e sulle negazioni fondamentali che pretende di attestare mediante indimostrabili postulati aprioristicamente assunti; essa, prescindendo, oggi, dalle fondamentali opzioni di partito, è oramai comune senso del giusto e del vero; da mera ipotesi filosofica di piccoli circoli elitari, passa a vivere e respirare come comune elemento del sociale sentire, percezione unanime dell'uomo della strada, catechizzato dal «Grande Fratello» o da «Beautifull».

Un riscontro evidente del fatto che gli errori della Russia si siano, ahimè!, in certa misura, diffusi nel mondo intero (come profetizzato a Fatima) si avverte proprio nella estesa convinzione, quasi unanime, che ritenga anche inconsciamente ed inconsapevolmente accettata la fede materialistica.
Tale ideologia, infatti, suppone, a ben vedere, come assiomi di partenza sostanzialmente equivalenti sia l'opzione dell'ateismo militante sia quella del totale indifferentismo religioso o dell'agnosticismo; in quest'ottica, se Dio esiste non è un problema che riguardi l'uomo o, comunque, non si tratta di un'evidenza di matematica certezza e facile acquisizione, essendo, alla fin fine, l'essere umano sostanzialmente svincolato dalla divinità, da cui, forse dipende, non più di quanto un convinto panteista da Dio stesso.
Ora, le conseguenze a caduta libera sono notevoli non soltanto sul piano delle persuasioni esistenziali, ma anche su quello delle ricadute etiche e morali.
Supporre infatti l'assenza (sostanziale o di fatto) di Dio, significa svincolarsi da ogni principio cardine di natura superiore e di per sé inamovibile.
Quanto asserito è sotto gli occhi di tutti.
Il relativismo morale nel quale viviamo imbevuti ed in cui navighiamo satolli, scaturisce proprio dalla mancanza di certezze trascendenti che abbiano natura oggettiva e moralmente vincolante per l'uomo ed il suo agire.

Il progressismo ideologico, invece (che si veste di modernismo in campo religioso) suppone proprio la sovversione delle certezze ideologiche sulla base di una potenza generativa, che procede dal basso; l'ordine logico e consequenziale che appartiene alla natura dell'uomo ed alla evidenza del reale resta vittima di un'aberrante sovversione nichilista: non è il reale ad essere percepito e conosciuto come dato esterno ed informante l'uomo (come per esempio Dio e la sua legge), ma rimane chiuso nel circolo vizioso di una creazione umana, parto del pensiero dell'uomo ed ancor di più del fatto comportamentale.
Se l'idea della rivoluzione deve permeare il reale di sé tanto da essere capace di cambiargli consistenza, e di determinarne l'esistenza e la verità, allora non è più la fede a formare il pensiero e questi a guidare la vita, l'atto ed il comportamento etico, ma sarà, viceversa, il dato fattuale o comportamentale, divenuto anche o perfino consuetudine viziosa ad originare le proprie convinzioni morali e, come valanga, le proprie credenze teologiche.
Per questo è più facile apostatare la fede e divenire induista o buddista, per esempio; secondo tali concezioni infatti non c'è un peccato da condannare risolutamente né un uomo da salvare dall'eterna dannazione, ma una consapevolezza (del proprio essere divino) da acquisire, con evidente acquiescenza del proprio stato concupiscente e vizioso.
Il processo di dissonanza cognitiva farà il resto; l'uomo, nel suo vivere, estraneo ai principi più alti, dovrà necessariamente piegare sé, le sue idee e la propria coscienza alle circostanze accidentali che abbiano la meglio su ogni convincimento: questo significa piena vittoria della concupiscenza e del vizio sulla verità e la virtù e completo abbandono di ogni difesa razionale dell'etica, con conseguente sottomissione della ragione all'istinto, della verità al vizio.
Esempio di palese tipicità è quella del perché molti psicologi contemporanei non pensino più l'omosessualità come comportamento sessualmente disordinato.

«In campo psicologico, molti considerano l'omosessualità come un disordine soltanto quando non è voluta dalla persona, cioè quando è ego-distonic: questo è, per esempio, l'approccio del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, voluto dal consiglio direttivo dell'APA, l'Associazione Psichiatrica Americana, anche quando un sondaggio indipendente, realizzato fra gli psichiatri statunitensi - mentre il Manual era in preparazione - mostrava che la maggioranza di essi considerava l'omosessualità come un disordine del comportamento sessuale. La posizione accolta dal Manual non è di carattere scientifico, ma espressione del relativismo nel campo della psicologia, dal momento che, nella sua prospettiva, ogni considerazione sull'omosessualità - e non solo - dev'essere non di tipo oggettivo, ma di tipo soggettivo. Se il soggetto, cioè, si sente gratificato dagli atti omosessuali esso è da considerarsi normale: è come dire che, se il tossicodipendente, l'alcolizzato, lo zoofilo, il voyeur, il sadico, il masochista si sentono gratificati dalle loro azioni disordinate, sono da considerarsi normali e vanno incoraggiati a proseguire nella loro scelta di vita. Nel 1994 il consiglio direttivo dell'APA ha tolto dal settore delle patologie del Manual anche la pedofilia, e con le stesse motivazioni: la pedofilia sarebbe un disordine soltanto se il pedofilo soffre per la sua pedofilia» (3); solo chi voglia negare la ragione si renderà conto della assurdità di simili assunti e della pericolosità di tale approccio ideologico relativista; tutto ciò è alla base della cosiddetta variabilità della morale, del senso del pudore e del buon costume; oggi si sente pudico ciò che domani non lo sarà più.

L'obiezione che veda l'omosessualità ed ogni devianza umana presente fin dall'antichità non ne giustifica affatto la bontà e giustezza; il fratricidio risale a Caino, ma non per questo è cosa buona.
Chiaramente non si tratta di puntare l'indice contro l'omosessuale, ma di parlare della verità delle cose (Verità che nessuno possiede se non per Dio stesso rivelata in e per Gesù nella Santa Chiesa); si tratta di chiamare le cose col loro vero nome; nel caso di specie, l'omosessuale è e resta una persona che abbisogna di cure e di terapie, inutile nascondersi dietro un dito e far passare la cosa come «normale»; non lo è affatto.
Tuttavia questa evidenza non può essere riconosciuta come tale dalle ideologie progressiste e sinistrofile, proprio perché esse saranno serve del «così fan tutti» e del «se piace che male c'è».
Già alcuni tra i filosofi pagani dell'antichità mettevano in guardia contro ogni facile e godereccio approccio esistenziale.
Lo stesso «carpe diem» letto alla luce del pensiero di Seneca era ben altro da ogni istintiva soddisfazione di bassi istinti.

Il cattolicesimo pretende (e riesce a farlo!) di fissare la verità della sua morale sulla trascendenza infinita dell'Essere immutabile, non soggetto a cambiamento e mutazione di sorta; totalmente radicato nella realtà di un'etica non negoziabile né soggetta all'umano capriccio, perchè rivelata per sempre!, elevando in tal modo l'uomo alle sue più nobili capacità, proiettandolo nell'universo dell'infinito, lo rende simile a Colui al quale deve aderire e del quale - se vuole la Vita - deve vivere in eterno.

Stefano Maria Chiari


Note
1)
da http://it.wikipedia.org/wiki/Materialismo
2) Benché con l'entrata del nuovo Codice di Diritto Canonico si debba intendere tacitamente abrogata, non è escluso che essa trovi comunque spazio in «foro interno» allorché l'avversione alla Chiesa ed alla sua dottrina siano evidenti matrici portanti dell'ideologia prescelta.
3) Da www.alleanzacattolica.org/indici/articoli/


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10 January

LETTERA APERTA AL DIRETTORE DE “IL FOGLIO” GIULIANO FERRARA

 

MORATORIA SULL’ABORTO

 

Egregio Direttore,

 

il Centro Cultura Cristiana di Verona si complimenta vivamente con lei per questa coraggiosa iniziativa che moltissimi italiani in cuor loro si aspettavano… non certo da lei, ma forse è per questo che tale battaglia acquista tutto il suo più profondo significato.

            Nel confermare la nostra adesione alla moratoria, vorremmo chiederle la gentilezza, con l’occasione, di darci lo spazio per mettere in evidenza alcuni aspetti di questa legge che forse è conosciuta solo superficialmente anche dagli stessi politici, molti dei quali la difendono perché nel titolo dichiara di tutelare la maternità, mentre in realtà incentiva e finanzia la strage degli innocenti.

            Lo diciamo soprattutto per quei cattolici di sinistra, i cosiddetti “Teo-dem” del PD, Senatrice Binetti in testa, i quali dichiarano che, tutto sommato, la 194 non sarebbe così negativa se fosse applicata nel suo complesso, (vedi intervista al “Giornale” del 8.1) come se gli aborti finora realizzati in Italia - circa 5 milioni di bambini ammazzati legalmente con i soldi degli italiani che pagano le tasse - non fossero conseguenza diretta di questa legge iniqua!

            La 194 è una legga ipocrita perché mentre nel 1° articolo dichiara di tutelare la vita umana dal suo inizio, poi di fatto viene tollerata, anzi incentivata la scelta di abortire entro i primi novanta giorni, senza alcuna motivazione da parte della donna e senza la possibilità di opporsi da parte di chiunque voglia impedire l’uccisione dell’innocente concepito, padre compreso; l’articolo 12) impedisce perfino ai genitori di opporsi alla volontà della figlia minorenne che vuole abortire.  In pratica la 194, mentre dichiara di tutelare i diritti della donna e del concepito, di fatto è un semplice lasciapassare per tutte le donne che, sposate o meno, vogliono sbarazzarsi del figlio con assoluta facilità, senza considerare che questo gravissimo omicidio è una porta aperta verso ulteriori crimini.

            Infatti quando il male non solo è tollerato, ma legalizzato dallo Stato, la coscienza personale del cittadino (cioè la consapevolezza nel distinguere il bene dal male) si affievolisce sempre di più, ci si sente quasi giustificati nel compiere i misfatti, e si entra in un vortice di progressiva malvagità come l’efferatezza di certi delitti dimostra purtroppo ogni giorno.  Anzi, si è arrivati a un livello tale di perversione che adesso i criminali sono scelti per degli spot pubblicitari, come fossero degli eroi e dei modelli da proporre alle nuove generazioni! 

            Non contente di aver abortito magari più volte in giovane età, molte donne tormentate dai rimorsi, con l’avanzare degli anni e in vista di dare l’addio al tempo della fertilità, pretendono un figlio a tutti i costi attraverso fecondazioni in vitro o simili che non sono altro che ulteriori aborti di embrioni, cioè di nascituri.   Non ci scagliamo contro la donna, perché alla fine è sempre la stupida vittima di un sistema sociale iniquo, tuttavia è anche doveroso aprire gli occhi davanti ad una cruda realtà che deve essere cambiata per il bene di tutta la Nazione.

            Un figlio che nasce è sempre un dono di Dio, anche se il concepito è frutto di violenza.  Poco si fa propaganda sul fatto che ogni donna ha la possibilità di lasciare il bambino appena nato alle cure dell’ospedale per l’adozione immediata, nel più assoluto anonimato!  In casi estremi, meglio avere il coraggio di far nascere il proprio figlio e affidarlo ad altri piuttosto che ucciderlo brutalmente nel proprio grembo.  Ogni vita che viene fatta nascere è un chiaro segno di speranza e di pace per il futuro dell’umanità.

 

                                                                                              Patrizia Stella

                                                                                      Centro Cultura Cristiana - Verona

 

P.S.   INVITIAMO TUTTE LE PERSONE CHE CREDONO IN QUESTI VALORI A DARE LA LORO ADESIONE SCRIVENDO AL DIRETTORE DE “IL FOGLIO” GIULIANO FERRARA:

                                                              lettere@ilfoglio.it

08 January

MITI E LEGGENDE SULLA LEGGE 194

Mario Palmaro*
 
 

Si diffondono in questi giorni sui mass media italiani alcune leggende sulla legge 194 del 1978. Una mitologia che descrive la legge sull’aborto come una “buona legge”, una legge che deve essere ancora applicata integralmente per poterne apprezzare i notevoli aspetti positivi.
Qualcuno fornisce una ricostruzione storica davvero stupefacente, sostenendo che la 194 era nata buona e giusta, una legge non abortista, ma che poi l’insipienza degli uomini l’ha male interpretata e peggio applicata.

Valga su tutti l’intervista apparsa sul quotidiano Libero di venerdì 4 gennaio 2008, nella quale Eugenia Roccella dice fra l’altro: “Rispetto ad altre leggi internazionali, la 194 è una buona legge, che parte, non a caso, proprio dalla tutela della maternità. È una legge che non afferma mai l`aborto come un diritto (…) Non è eugenetica.” “Secondo me – prosegue sempre la Roccella - la questione non è abolire o rifare la legge, ma non tradirla, non trasformarla in un feticcio vuoto, una legge intoccabile a parole e invece violata, disapplicata e stravolta nella prassi quotidiana».

Altri ancora dichiarano che “la 194, nei suoi principi ispiratori, ha una rilevante rispondenza con le richieste del movimento delle donne e si pone come uno strumento per combattere e sconfiggere la triste piaga degli aborti clandestini. In questo senso la legge non è una legge  “abortista”: non crea, né impone l’aborto, anzi si fonda sulla sua prevenzione, valorizzando il ruolo delle strutture sanitarie pubbliche per fare della procreazione un evento cosciente e responsabile, cioè non casuale”.


E’ evidente che simili affermazioni, soprattutto se pronunciate da personalità elette a punti di riferimento del mondo cattolico e della galassia pro-life (Eugenia Roccella è editorialista di Avvenire e dell’Osservatore Romano), disorientano grandemente l’opinione pubblica.  Di fronte a questo pauroso sbandamento delle coscienze, e alla confusione alimentata da questi giudizi, sentiamo il dovere di riaffermare con forza alcuni punti fermi.


1. Il diritto di aborto. La volontà del legislatore, nel suo nucleo fondamentale, stabilisce un vero e proprio diritto d’aborto. Negato a parole e con foga dagli abortisti, esso emerge con assoluta chiarezza da una lettura seria della legge. Dal combinato disposto degli articoli 4 e 5  si ricava che nei primi tre mesi di gravidanza ogni donna può abortire a sua volontà. Nessun controllo è possibile. E’stabilito l'obbligo per il medico di rilasciare il certificato che costituisce titolo per l’esecuzione degli interventi di fronte alla semplice domanda della donna. (artt. 5, 4° comma, e 8 ultimo comma). Di fronte al diritto della donna vi è l’obbligo delle strutture pubbliche di praticare l’intervento. Perciò a ragion veduta abbiamo parlato di  “diritto” e di  “liberalizzazione”.  Nessun limite esiste nei primi tre mesi di gravidanza. A dimostrazione di ciò sta il fatto che i difensori della ‘buona legge’ in trent’anni non hanno mandato in galera neppure un ‘trasgressore’.

2. Una legge abortista. Il giudizio morale negativo sulla legge abortista italiana risulta anche dai seguenti elementi: a) l’aberrante facoltà attribuita alla libertà della donna di decidere in termini unicamente individualistici, al di fuori e contro ogni responsabilità verso il  “diritto “  del nascituro; b)  l’individualismo esasperato che ispira la legge abortista risulta ancor più grave dal fatto di essere riconosciuto dallo Stato, il quale a sua volta costringe tutti i cittadini, anche quelli dichiaratamente contrari all’aborto, a dare un qualche contributo.

3. Non possiamo rassegnarci. Perciò ogni convinto difensore dell’uomo, ogni comunità di accoglienza, non può rassegnarsi di fronte ad una legge che tradisce così profondamente i valori su cui tutto l’ordinamento giuridico poggia. Di conseguenza l’obiettivo di eliminare la legge abortista o di trasformarla mutandone radicalmente la intrinseca struttura, deve proporsi come espressione di amore per l’uomo e non come sterile e puramente teorica contrapposizione ideologica.

4. L’aborto legale è intollerabile. L’applicazione del principio della tolleranza civile all’aborto legalizzato è illegittima e inaccettabile perché lo Stato non è la fonte originaria dei diritti nativi ed inalienabili della persona, né il creatore e l’arbitro assoluto di questi stessi diritti.

5. L’aborto legale minaccia l’intero sistema giuridico. Quando autorizza l’aborto, lo Stato contraddice radicalmente il senso stesso della sua presenza e compromette in modo gravissimo l’intero ordinamento giuridico, perché introduce in esso il principio che legittima la violenza contro l’innocente indifeso. Da:  “La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente”.

6. Il compito di ogni politico di buona volontà. Il compito di ogni politico di buona volontà non è quello di “far applicare una legge ingiusta”, ma di richiamare, con coraggio e con metodi democratici, il dovere di rispettare la vita umana sin dal suo inizio, denunciando di conseguenza l'iniquità della legge abortista. Il buon politico ha il dovere di operare una lettura critica dell’attuale normativa sull’aborto: senza trascurare i limitatissimi elementi positivi, si dovranno rilevare le profonde contraddizioni che essa presenta con la Costituzione e all’interno dei suoi stessi articoli.


In conclusione: il Comitato Verità e Vita riafferma con forza che nessun miglioramento alla situazione italiana in materia di aborto è possibile se non si parte dal rispetto della verità. La 194 è una legge gravemente ingiusta. Lo è in maniera assoluta e intrinseca. La 194 è stata voluta dalla cultura abortista, difesa dalla cultura abortista, e ha ottenuto una perfetta coerenza tra obiettivi e risultati: i 5 milioni di bambini uccisi in nome di quella legge non sono stati un incidente di percorso, ma una tragica conseguenza del principio di autodeterminazione della donna. Alle vittime innocenti va aggiunto quell’autentico disastro educativo e culturale che è sotto i nostri occhi. Al punto che in questi giorni anche alcuni di coloro che stanno (o dovrebbero stare)  dalla parte della vita affermano che “l’ultima decisione  sulla vita del concepito deve comunque sempre spettare alla donna”. Che è, in estrema sintesi, la summa ideologica dell’abortismo di sempre.

Il senso di realtà ci dice che anche una sola vita innocente salvata ha un valore incommensurabile. Per questo motivo, Verità e Vita approva ogni azione che aiuti concretamente la vita a nascere, pur in vigenza di una legge omicida. Ma il prezzo per questa attività di “salvataggio” non può consistere nel colpevole e complice silenzio sulla legge abortista, o addirittura nella trasformazione della condanna sulla legge 194 in un giudizio benevolo.

Se durante la follia nazista ci avessero dato la possibilità di metterci fuori dai cancelli di Auschwitz per salvare qualche vita umana, sarebbe stato nostro dovere farlo. Ma non avremmo mai potuto trasformare il nostro giudizio su quel luogo di orrore, magari affermando che – tutto sommato – “nel loro genere quei lager erano i migliori al mondo”.

*presidente Comitato Verità e Vita

 

   
Il numero di febbraio de "Il Timone" dedicherà un servizio alla questione della Legge 194 e alla richiesta di moratoria. Per prenotare una copia scrivete subito a: info@iltimone.org
01 January

Chi è il Messia?

Chi è il Messia?
 

Alla fine la povera Paola Binetti, senatrice cattolica del PD, ha scomodato lo Spirito Santo per ringraziarLo del fatto che il decreto sulle espulsioni dei cittadini neocomunitari, contenente l’emendamento anti-omofobia, voluto dai ministri Ferrero e Pollastrini per accontentare la comunità omosessuale e la sinistra radicale, è stato lasciato decadere.
In realtà senza scomodare domeneddio nella terza persona della Santissima Trinità, la senatrice avrebbe potuto tranquillamente ringraziare la manina velenosa di qualche funzionario amico o l’incompetenza dei suoi colleghi di coalizione.
Che è successo?

La legge 13 ottobre 1975, numero 654 (ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966) all’articolo 3 comma 1 stabilisce che «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, è punito:
a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi
».
L’articolo 1-bis del decaduto Disegno di Legge 1872 voleva sostituire la norma sopracitata con quella che segue: «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione dell’articolo 4 della convenzione è punito:
a) con la reclusione fino a tre anni chiunque, incita a commettere o commette atti di discriminazione di cui all’articolo 13, numero 1 del Trattato di Amsterdam;
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, in qualsiasi modo incita a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per i motivi di cui alla lettera precedente
».
Attraverso il riferimento all’articolo 13 del Trattato di Amsterdam, nell’intendimento dei ministri Ferrero e Pollastrini e della sinistra radicale, si voleva fare sì che sostenere, ad esempio, che ai gay non compete diventare genitori o affermare che alle loro unioni saffiche o sodomite non va riconosciuta la dignità di famiglia, poteva significare tre anni di galera: un piccolo, sottile, velenoso micidiale marchingegno per tappare la bocca a chiunque in ambito culturale o educativo volesse sostenere la non equiparabilità tra unioni eterosessuali ed omosessuali.
Obiettivo primo - ovviamente - il magistero della Chiesa e tutte le agenzie di comunicazione e cultura (anche siti come il nostro, ovviamente!) che non vogliono saperne di piegare il capo davanti alla perversione della Verità, iscritta da Dio nel codice stesso della Vita.

Fatto sta che il riferimento all’articolo 13 del Trattato di Amsterdam, citato nel disegno di legge decaduto, è sbagliato, perché in esso si dice semplicemente che «il presente trattato è concluso per un periodo illimitato».
Come si vede in quella norma del trattato non vi è nessun riferimento a comportamenti razzisti od omofobi.
Si parla d’altro. (1)
Insomma un errore marchiano.
In effetti, se si voleva utilizzare lo strumento del rimando normativo, il riferimento doveva essere fatto non al Trattato di Amsterdam, ma alla «Versione consolidata del trattato che istituisce la Comunità Europea», la quale all’articolo 13 stabilisce quanto segue: «Fatte salve le altre disposizioni del presente trattato e nell’ambito delle competenze da esso conferite alla Comunità, il Consiglio (che è costituito dai ministri degli Stati membri competenti per materia, nda), deliberando all’unanimità su proposta della Commissione (composta dai tecnocrati avente funzioni esecutive nda) e previa consultazione del Parlamento europeo (l’inutile e costosissimo carrozzone che noi eleggiamo e che non ha di fatto alcun potere reale, nda), può prendere i provvedimenti opportuni per combattere le discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali». (2)
Lo strumento del rimando normativo al Trattato era volpino e si fondava su di un meccanismo divenuto oramai automatico: come una sorta di riflesso condizionato, infatti, citare anche solo per relationem qualcosa che proviene dall’Unione Europea ha la stessa forza evocativa di una nuova Rivelazione.
L’Unione Europea è il nuovo Verbo, il rimando imprescindibile, trascendente, cui non ci si può opporre.
Chi lo fa, rischia grosso: è una specie di reato di lesa maestà.

Il meccanismo - dicevamo - è automatico e, se non fosse stato per un errore materiale, sarebbe divenuto inesorabile: ammantandosi di un riferimento astratto ai poteri delle istituzioni europee,
si sarebbe fatta passare una norma che «a cascata» ci avrebbe vietato di dire no a matrimoni e adozioni per gli omosessuali o impedito di combattere l’equiparazione tra famiglia naturale
e unioni gay.
«Zapaterizzare» la nostra vita: ecco cosa serve l’Unione Europea: ipsa dixit.
Così funziona questo potere invisibile che ci sovrasta con il suo gergo di legno, i suoi trattati, le sue direttive, mediante le quali ci obbligano ad accettare, nella logica del positivismo giuridico, tutto ciò che le loro lobby decidono.
L’Europa - ci spiegano - ce lo impone.
Ma nessuno ci spiega come ciò sia possibile, visto che nessuno ci ha interpellato e dove lo hanno fatto, come in Francia, la gente ha detto no.
Da noi si sono accordati tra loro, nelle loro segreterie, nelle loro logge segrete, nei loro Bilderberg e poi ce l’hanno fatta ingoiare.
Sentite coma suona bene: Acquis comunitario.
Non vi sentite già amnioticamente avvolti da questo grande utero europeo?
Nemmeno ve ne accorgete, ma siete lì, immersi nelle sue acque, galleggiate, ciucciate il suo nutrimento, state diventando neo-cittadini europei.
Acquis comunitario non è un termine che ci inventiamo noi.

Lo trovate nel sito dell’Unione Europea ed è un termine francese che significa, sostanzialmente, «l’UE così com’è»: comprende tutti i trattati, le leggi, le dichiarazioni, le risoluzioni, gli accordi internazionali in materie di competenza dell’UE e le sentenze pronunciate dalla Corte di Giustizia. Insomma l’Acquis sono le norme con cui stanno cambiando la nostra vita e la nostra identità.
Fanno così questi poteri anonimi ed occulti.
Dapprima vi strisciano a fianco, poi implacabili come anaconde vi avvolgono nelle loro spire, finchè non vi potrete più muovere.
Poi vi soffocano e sarete il loro nutrimento, come lo sono i debitori per tutti gli usurai.
Lo fanno piano, dolcemente, senza che ve ne accorgiate.
Usano termini tranquillizzanti.
Tutto ciò che viene dall’Unione Europea è rassicurante, allarga i diritti, allarga i mercati, allarga le opportunità allarga i confini: sono in pochi ad accorgersi che allarga le fauci.
E’ tutto così, fateci caso: dopo allargamento, in ordine alfabetico, troverete armonizzazione, poi capacità di assorbimento, coesione, comunitarizzazione, cooperazione rafforzata, dialogo, Erasmus («Mio figlio ha fatto Erasmus» - si sussurrano le mamma progressiste, compiacendosi degli studi dei loro marmocchi… anche quelli di Perugia); poi c’è Eurolandia, metodo comunitario aperto, mercato comune, miglior prassi, passerella comunitaria, pilastri dell’Unione, quattro libertà (cittadini, beni servizi, capitale), SEE (spazio economico europeo), sovranazionale, sussidiarietà, transnazionale, trasparenza, unanimità!
Oh, che meraviglia questa Europa, che paradiso, altro che la Gerusalemme celeste!
In effetti è altro!
Purtroppo molto più simile alla Gerusalemme terrestre…
Quando sentite parlare di Unione Europea, o di ONU, o di UNICEF, o di diritti civili per prima cosa dubitate; poi continuate a dubitare; prima o poi la fregatura la scoprirete.

In ogni caso, tornando alla norma che volevano imporre a casa nostra, ci domandiamo perché tutti coloro che in Europa sono così sensibili alle discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, tacciono quando queste cose accadono in Israele?
Vorremmo sapere come mai l’UE, per essere coerente con se stessa, dopo avere deplorato le presunte violazioni dei diritti civili in Iran o negli altri «Stati canaglia», dopo aver fatto imprigionare David Irving, avere messo in mora l’Austria dal far entrare al governo l’estrema destra di Jorge Heider, guardato con apprensione alla crescita della Lega in Italia, urlato la propria costernazione quando Jean Marie Le Pen andò al ballottaggio per la presidenza francese, avere approvato una «Risoluzione sulla protezione delle minoranze e le politiche contro la discriminazione», in cui sotto accusa rischia di finire la Chiesa cattolica, avere condannato ripetutamente l’autocrazia di Putin, le violenze di Hamas, l’intolleranza islamista, non chiede che anche gli ebrei, come tutti i popoli europei sono stati costretti a fare, si aprano al cosmopolitismo.
Vorremmo sapere perché mentre tutti gli altri popoli devono dimenticare di essere italiani, francesi, tedeschi, bulgari, russi, iraniani in nome della fratellanza universale, pena la taccia di razzismo, Israele possa pretendere di vedersi riconosciuta la qualifica di Stato ebraico, pur se una consistente parte della popolazione, che senza la pulizia etnica in atto diventerebbe in poco tempo maggioranza, non è ebrea.
Io vorrei che nella discussione sulla riforma elettorale ci fosse uno straccio di deputato che avesse provocatoriamente il coraggio di presentare al Parlamento italiano una legge che vieti ad individui o gruppi di presentarsi in parlamento, se respingono l’identità dell’Italia come Stato cattolico, invocando come precedente la «Basic Law, the Knesset, section 7°», approvata dalla Knesset
(il Parlamento israeliano) il 15 maggio 2002, che  autorizza appunto il comitato centrale delle elezioni a vietare a individui e a partiti politici di candidarsi per la Knesset nel caso che respingano l’identità di Israele come «Stato ebraico e democratico».
Siccome la Legge poi richiede ai candidati di fare una dichiarazione formale coerente con queste clausole e tutti i candidati devono dichiarare «Giuro lealtà allo Stato di Israele e di astenermi da azioni contrarie ai principi della sezione 7° della Basic Law: la Knesset», mi chiedo perché non proporlo anche in Italia ed andare poi a discuterne da Gad Lerner all’Infedele.

Inoltre ad imitazione della Legge sui Matrimoni che vige sempre in Israele, rinnovata ed estesa dal Parlamento israeliano se non ricordiamo male nel 2005, in base a cui non sono riconosciuti dallo Stato di Israele i matrimoni fra palestinesi israeliani e palestinesi che vivono nei territori occupati, chiederemmo a quello stesso deputato, magari della Lega, di proporre di vietare i matrimoni tra extracomunitari che vivono fuori dello Stato italiano ed extracomunitari divenuti cittadini italiani, per vedere la reazione dell’UCEI (Unione delle Comunità ebraiche in Italia).
Infine vorremmo sapere perché da noi si dovrebbe finire in galera se si rivendica l’identità dei popoli e in Israele Baruch Marzel, ex «Kapo» dei terroristi del Kach, che durante la visita del Papa in Terra Santa nel Marzo 2004 diede l’ordine di distruggere la base di atterraggio dell’elicottero papale a Gerusalemme e che vuole la distruzione della comunità palestinese in Israele inneggiando all’estirpazione o allo sterminio dei goym in Israele e nei territori occupati, di fronte alla notizia del matrimonio tra la fotomodella e attrice israeliana Linor Abargil, ex Miss Mondo, e il campione lituano di basket Sarunas Jasikevicius, ha potuto impunemente dire: «Cara Linor, per favore, pensa a tuo nonno, pensa a tua nonna. Pensa alla tradizione ebraica, pensa alla Legge Mosaica, pensa ai rischi che l’assimilazione provoca al nostro popolo». (3)
Ci chiediamo perché loro a casa loro possono fare ciò che vogliono e noi a casa nostra dobbiamo sopportare che loro ci facciano sempre la morale, con la solita scusa della Shoah.

Il 22 agosto, per non smentirsi, il sopracitato Baruch Marzel, che dal 1984 si è trasferito ad Hebron, nel più provocatorio degli insediamenti israeliani, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Grazie a Dio altre 10 famiglie ebree sono venute a vivere a Hebron e la nostra situazione sta migliorando. Tutto sta andando nella direzione giusta, e stimiamo che circa 40.000 arabi abbiano lasciato Hebron in Giudea e Samaria (la Cisgiordania). Tutti sanno che non ci sarà uno Stato palestinese, e che mezzo milione di Ebrei vivranno qui. Il punto è se gli arabi che rimarranno accetteranno questa situazione oppure no. Se combattono, saranno espulsi».
Alla domanda: «Crede che i fatti del 1929 (l’uccisione di 29 ebrei da parte degli arabi) si ripeteranno?» ha risposto: «Temiamo eventi del genere, perciò ci prepariamo. Possediamo un sacco di armi e facciamo esercitazioni».
A chi gli ha chiesto perché queste zone sono chiuse ai cittadini palestinesi di Hebron, mentre i negozianti ebrei circolano liberamente, ha risposto «Io sostengo l’idea che tutti i posti siano aperti a tutti. Se mi fosse stato permesso di andare in qualunque posto a Hebron, avrei permesso ai palestinesi di andare da qualunque parte. Comunque, se non mi permettono di andare dall’altra parte della città, nemmeno a loro sarà permesso entrare nella nostra zona. Lei deve capire che noi torneremo qui, e ogni mano alzata contro di noi verrà punita, e ogni volta che intraprenderanno un attacco, la pagheranno».
Gli replicano: «Tuttavia, al momento non ci sono stati attacchi contro gli ebrei».
E lui: «Ci sono stati dei tentativi di accoltellare degli ebrei. Ci sono stati incidenti a fuoco contro agricoltori, oltre a ordigni esplosivi. La situazione non è tranquilla, forse a causa dell’esistenza di organizzazioni internazionali che pagano i palestinesi perché sporgano denuncia. Sono pronti a dire che abbiamo ucciso le loro madri per un centinaio di dollari. Non c’è problema, però se si permette a questi missionari cristiani di entrare a Hebron, perché noi dovremmo soffrire?».

Di Hamas dice: «Penso che Hamas sia un potere controverso. Sono dei religiosi. Li combatteremo. Comunque Abu Mazen (il presidente Mahmoud Abbas) e i suoi seguaci potrebbero essere corrotti con denaro, e noi sappiamo come trattare con loro. Per quanto riguarda Abu Mazen, non mi piace, e se fosse stato necessario l’avrei ucciso. Comunque, oggigiorno risulta simile alle organizzazioni internazionali, entrambi non combattono contro di noi, e questo è il motivo per cui noi non combattiamo contro di loro. Se dovessero riprendere le armi, li combatteremmo come facciamo con Hamas».
Infine qualora la Corte Israeliana decidesse di evacuare gli ebrei da Hebron, Baruch Marzel avverte: «Il ritiro da Gush Qatif (gli insediamenti di Gaza ‘evacuati’ nel 2005) è stato iniziato da Ariel Sharon. Ha provato a seccare o soffocare la Striscia di Gaza, e sapeva che aveva bisogno di evacuare gli ebrei. Oggi sappiamo dai sondaggi che anche il 40-50% degli arabi vorrebbero evacuare la Striscia di Gaza. Anche gli arabi qui a Hebron vorrebbero andarsene. Torneremo a Gush Qatif, malgrado tutto non ci saranno più arabi in quel momento, perché tutti se ne saranno andati, quasi perché noi ce ne siamo andati. Ma a Hebron, noi non ce ne andiamo, e credo che gli arabi preghino perché noi restiamo, e lei ha visto cosa è successo loro nelle zone che noi abbiamo evacuato. Da quando siamo arrivati a Hebron, benedizioni e prosperità hanno prevalso, e lei può chiederlo ai commercianti» (4).

Cosa è successo l’ abbiamo visto: il genocidio di un popolo, la Shoah dei palestinesi.
Alla UE, evidentemente, conoscono chi ha potere di «dare prosperità e benedizione» ed hanno imparato la lezione: silenzio sui delitti di Israele, cui viene lasciato potere di vita e di morte sui suoi schiavi palestinesi e politica di sangue e suolo per il solo Reich ebraico.
A noi, invece, mentre in silenzio le nostre tasche vengono svuotate da politiche monetarie suicide, è riservata - naturalmente grazie all’allargamento dei diritti e delle opportunità - la perdita di identità, un futuro da rumeni, la pelle un po’ più scura, l’Islam a contenderci le chiese, la dissoluzione dei nostri costumi, la tutela di Sodoma.
«I re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i re degli arabi e di Saba offriranno tributi e a lui tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le nazioni».
Così Israele interpreta se stesso, Messia di se stesso e signore sulle genti.
Dice il salmo 2: «Annunzierò il decreto del Signore. Egli mi ha detto: ‘Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai’ ».
Sì, il suo è scettro di ferro, sotto il quale gemono le nazioni.

Ma badi Israele di non stancare la pazienza degli uomini e di non sfidare la potenza di Dio.
E’ un altro Colui al quale tutti i re si dovranno prostrare e non già per il possesso dei beni di questo mondo, ma dell’Eternità.
Badi Israele di non volerne usurpare il trono, badi a non sottrarre a Lui le genti, che Egli ha acquistato a prezzo del Suo sangue preziosissimo.
Guai a coloro contro i quali le Scritture si compiono, proprio mentre credono di possederle.
Guai a chi legge le profezie che si sono compiute nel Santo Natale come riferite a se stesso, perché egli non può essere che l’Anticristo.

Domenico Savino


Note
1) http://www.europarl.europa.eu/topics/treaty/pdf/amst-it.pdf
2) http://www.rete.toscana.it/sett/pmi/trattato_ce.pdf
3) http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/03_Marzo/03/nozze.shtml
4) http://www.maannews.net/en/index.php?opr=ShowDetails&ID=24905


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12 December

La Casta ci precetta

 
 Dunque, ricapitoliamo: i taxisti? «Squadristi» per Prodi.
I padroncini di Tir?
«Deplorevoli» per Prodi, autori di «serrata» per i giornali di sinistra, i quali invocano la repressione di polizia.
Gli artigiani e i piccoli bottegai?
«Evasori» per Visco, da trattare con irruzioni di fiamme gialle pistola in pugno.
I giovani che non trovano lavoro?
«Bamboccioni» per Padoa Schioppa.
I benzinai?
Da abolire per consegnare le pompe alle COOP, secondo Bersani.

Categoria per categoria, a poco a poco il governo più incompetente che l'Italia abbia mai avuto
(ed è un record) licenzia il popolo italiano intero.
Mi correggo: licenziarlo non può, perché deve fargli pagare le tasse per i suoi lussi.
Lo precetta, lo costringe a lavorare con ordinanza prefettizia per il suo proprio bene.
E nello stesso tempo lo insulta, perché può.
Ci vieta, con legge penale, di chiamare «froci» gli omosessuali; ma lorsignori si danno il diritto di chiamare squadristi i taxisti, e di trattare da delinquenti comuni i padroncini di Tir, mentre la casta giudiziaria rilascia gli assassini plurimi in anticipo, anzi nemmeno li manda in galera un giorno.

Lo sciopero congiunto, pochi giorni fa, di parassiti Alitalia, delle Ferrovie, dei traghetti e dei trasporti municipali, è stato da lorsignori accettato con olimpica serenità: sono dipendenti pubblici, dopotutto.
Lo sciopero dei Tir invece è illegale, manda in rovina il Paese, «fa mancare il pane e il latte ai pensionati».

Eh no.
Il pane ai pensionati, l'ha fatto già mancare prima la Casta.
La Casta che ci giudica così male, e poi piange sui lavoratori carbonizzati della Thyssen e minaccia misure draconiane contro le imprese.
Ma intanto, alle famiglie dei morti danno un assegno INAIL da duemila mila euro una tantum.

Voglio ricordare che i dipendenti del ministero dei Trasporti, quelli su cui presiede il ministro Bianchi che precetta i padroncini, dalla loro cassa interna pagata da noi contribuenti con le sovrattasse, ricevono un assegno di morte di 30 mila euro, senza contare i contributi per i libri scolastici (250 euro), il doppio TFR (ai lavoratori privati è stato tolto), le regalie per cure odontoiatriche (9 mila euro l'anno), eccetera eccetera.

Per le famiglie dei morti Thyssen, altri lavoratori e gente comune fanno collette, versano denaro sudato e scarso.
Mai che si vedano i deputati e i senatori fare una colletta per un lavoratore, per un poliziotto ucciso dal delinquente recidivo mille volte arrestato e mille volte liberato dal solito giudice.
Mai Ciampi s'è sentito in dovere di sborsare mille euro (dei 30 mila al mese che prende fra cumuli di emolumenti e pensioni Bankitalia) per una vittima del popolo lavoratore.
Mai Bertinotti ha girato fra i colleghi con un cestino di elemosine per «i morti sul lavoro», dopo averci messo del suo.
Mai il senatore a vita Colombo ha sacrificato la sua spesa per la coca (che prende «per ragioni di salute») in una colletta per i poveri.

Ora, questa Casta minaccia multe ai TIR: fino a 25 mila euro al giorno per i trasgressori della precettazione, abbastanza da stroncare per sempre il mestiere.
Evidentemente, la casta ritiene questo mestiere inutile.
Mentre ritiene degni di protezione gli omosex.

Invece, lo sciopero dei TIR mostra, con la forza dell'esempio, di quali ceti ha bisogno l'Italia, e di quali no.
Un dipendente pubblico su tre può assentarsi dal posto ogni giorno, e non cambia nulla: il servizio resta pessimo come prima.
Ma se i padroncini di TIR si fermano per 48 ore, manca il carburante alle pompe, la verdura ai supermercati, mancano la farina e i medicinali, la carne e i ricambi e i semilavorati alle imprese.
Le ferrovie non sono in grado di portare merci, non in tempo e con certezza, anche se aumentano il biglietto del 15%.
I dipendenti del ministero dei Trasporti, quelli ingrassati dalla cassa speciale, non sono in grado di far fallire lo sciopero dei padroncini, non si mettono al volante del Volvo o dell'OM articolato.
Mica è capace di farlo Visco, o Padoa Schioppa.
Non i magistrati che lasciano impuniti il 98% dei furti e il 70% degli omicidi, e che fanno durare una causa civile dieci anni.
Da questa stretta, che ci porta disagi, si può imparare almeno questo: quali sono in Italia i ceti superflui, di cui possiamo fare a meno, e quelli indispensabili.

E possiamo vedere che senso ha oggi la «legalità»: oggi è «legale» ciò che protegge e arricchisce la Casta e i suoi parassiti di riferimento, il  suo corpo sociale di sostegno, e «illegale» tutto ciò che serve ai privati, e alla vita produttiva.
E' «legale» lasciar in albergo lo zingaro pluriassassino, è illegale scioperare se si è privati.
E' «legale» il cumulo di pensioni e stipendi di Ciampi e Padoa Schioppa, «illegale» per noi cumulare pensione e salario.
E' legale togliere il TFR ai lavoratori privati, illegale togliere il doppio TFR ai ministeriali dei Trasporti.
«Legale» tutto ciò che si concedono i percettori di denaro del contribuente, illegale per principio, o almeno sospetto, ciò che fanno i contribuenti per guadagnarsi la vita.

Quando la «legalità» si riduce a questo stato di iniquità e corruzione, come ho detto qualche volta, occorre smettere di pensare in termini di «legalità» o di «riforma del sistema», e cominciare a pensare in termini di rivoluzione: ossia su come fondare una nuova legalità, più legittima, dove il giusto e l'ingiusto ritrovino il loro posto vero.

La rivoluzione è la liberazione dai parassiti succhia-sangue e dalle burocrazie inadempienti (non fanno il servizio per cui sono pagate), costosissime e che per di più hanno sequestrato la legalità e ci insultano.
Classicamente, la rivoluzione è strappare i privilegi alle classi parassitarie e inutili.
E' allestire tribunali speciali che identificano i parassiti e li spogliano del maltolto per via breve.

Ma ci siamo spesso detti, in queste pagine, che la rivoluzione è impossibile oggi in Italia: Paese troppo fratturato fra gruppi d'interesse minimi e tra loro ostili per trovare una unità d'intenti, dove metà della popolazione vive di parassitismo o spera di approfittarne, dove - per di più - i potenziali rivoluzionari non hanno autonomia economica, danno allo Stato il 60% di quel che guadagnano, e campano, se va bene, con 50 euro al giorno.
Dove ci sono 13 milioni di poveri e altri milioni di precari affannati a mettere insieme il pranzo con la cena, e assillati dalla rata del mutuo da pagare alle banche truffatrici, non si può fare la rivoluzione.
Tutto vero.

Il fatto è che, in situazioni del genere, la rivoluzione si fa da sé.
Ossia: senza progettazione né guida, nel modo più «sporco» e confuso nei fini, per l'irresistibile forza della realtà che s'impone.
Tale è lo sciopero o serrata dei TIR.

Chi li guida fa un lavoro usurante ma non riconosciuto come tale (i benefici per lavoro usurante vanno ai piloti Alitalia e ai tranvieri).
E' strangolato dal rincaro del gasolio, immenso e senza paragoni all'estero, furbescamente aumentato dalle accise che crescono quando cresce il prezzo del barile.
E' una classe assillata dalle cambiali che gravano sull'auto-articolato, un tragico mutuo che richiede di correre e consegnare e correre di nuovo, sempre con l'acqua alla gola, sempre con l'angoscia di essere vittime di furti impuniti del carico, di un incidente, di un ritiro di patente, di una qualche vessazione burocratica della burocrazia più ottusa del pianeta, il che significa finire «sotto» per sempre.
Non ha il posto garantito, questa classe, come ha la casta pubblica.
E', per di più, insidiata dalla concorrenza di autrasportatori esteri, che fanno il pieno in Romania o Bulgaria, dove il gasolio costa la metà.
Dalla concorrenza internazionale, il ceto parassitario pubblico s'è messo al riparo.

La protesta di questa classe vessata di lavoratori è sacrosanta.
Anzi di più: è obbligatoria per loro, altrimenti muoiono e scompaiono come categoria, e saranno rimpiazzati dai bulgari e romeni, dai neo-europei che la Casta ha lasciato entrare senza un'obiezione.
Stanno perdendoci del loro, nonostante le cambiali da pagare; non hanno la protezione della CGIL (questa è riservata ai dipendenti pubblici assenteisti), né la benevolenza «legale» che spetta alla cocaina del senatore a vita, ai rom ubriachi, agli assassini recidivi e gratuiti.
Eppure restano duri a fare il blocco.
Il fatto è che, essendo padroncini, non hanno nemmeno una controparte, una confindustria, un padronato da impegnare.
La loro controparte è direttamente il governo.

Ed è questo, lo sappiano o no, il fattore rivoluzionario: al governo inadempiente e parassitario devono rivolgersi.
E visto che il governo non li ascolta (sono disprezzabili padroncini, capitalisti, evasori potenziali), devono mostrargli la loro utilità sociale, come gruppo: senza di noi, non potete far niente, il Paese intero non riceve nulla.
E' così la rivoluzione: «sporca», basata sulla mera forza, la forza della realtà contro l'ideologia che maschera il privilegio indebito.
E come reagisce la Casta?

Come sempre le caste parassitarie: «con il richiamo all'ordine», alla «legalità».
E con l'istigazione delle plebi: guardate, i vostri nemici sono gli autotrasportatori!
Sono loro che vi affamano!
Che vi fanno mancare la benzina, il latte e il pane!
Sono loro i kulaki, i nemici del popolo!
Sono loro i sabotatori!

No, bisogna resistere a questa propaganda.
Ricordare che i sabotatori primi sono i municipali che, occultamente, si assentano dal posto un giorno su tre e continuano a prendere lo stipendio, i soldi nostri.
Che illegale è che il senatore Colombo resti dov'è, indegno com'è della carica.
Illegale è l'incredibile ministro Bianchi, l'inqualificabile Prodi che ci licenzia come popolo, il Padoa Schioppa che ci dà dei bamboccioni dall'alto dei suoi 36 mila euro mensili, di cui 10 mila tassati al 9,5%.
Illegale, anzi illegittimo, è il governo che non governa niente, che emette «leggi» che sono grida manzoniane, inapplicate e inapplicabili come le «norme sulla sicurezza», e Prodi ha il coraggio di dire: «Le norme ci sono e sono le migliori d'Europa».
Di quel ceto non abbiamo bisogno, possiamo farne a meno.

Degli autotrasportatori no, ci sono indispensabili.
Sono impopolari, sono corporativi: in una società pullulante di corporazioni minime, che volete farci?
E' la rivoluzione sporca, non pensata, che si manifesta come forza delle cose.
Disagi, certo.
Anche a me manca il diesel per andare a Milano per Natale.
A salire su un treno non provo nemmeno, perché il rincaro del 15% non corrisponde ad un miglioramento pari del servizio.
Presto sarà scarso il pane e ci saranno rincari.
Anche a Parigi, dal 1789 in poi, rincarò tutto.
I rivoluzionari che stavano in permanenza in Comune erano pagati un tanto al giorno, per legge di Robespierre, e perciò avevano il tempo di andare a rumoreggiare sotto il parlamento legale, minacciare i parlamentari con le picche, fargli vedere le teste troncate dalla ghigliottina.

Voglio dire: quella rivoluzione era ancora più sporca, e durò cinque anni.
Finchè anche i sanculotti stipendiati si accorsero che la loro paga rivoluzionaria, in carta straccia, non bastava più a pagare il pane ad ufo.
E lasciarono ammazzare Robespierre senza muovere un dito.
Voglio dire anche: prepariamoci ad altri disagi.

In fondo, viviamo in questi giorni nel mondo che i Verdi ci vogliono imporre per ideologia: niente carburante, niente gite fuoriporta né trasferte per la squadra del cuore, penuria del superfluo e  del necessario.
Ma aria pulita e nessun contributo al riscaldamento globale, e il trionfo del mezzo pubblico (se non sciopera).
Ancora un po' che duri lo sciopero dei TIR, e proveremo le altre gioie promesse dalla società ecologica e post-industriale: la borsa nera per i piselli secchi, il tesseramento (non più di un telefonino ogni due anni), la raccolta della legna nei boschi per la stufa, le vecchie maglie indossate a strati.

Di che vi lamentate, voi che avete votato Pecoraro Scanio, che avete votato Bianchi e Bersani votando la loro ideologia paleo-marxista, che tratta da nemiche le classi non-parassitarie?
Finalmente, avete vietato di chiamare finocchi i finocchi: bella e grande conquista sociale, soprattutto utile.
Avete dimostrato che Vladimir Luxuria vi è più necessaria dei camionisti: benissimo.
E' il vostro mondo che vince contro i padroncini.Pecoraro Scanio però ha l'aereo di Stato, se vuol muoversi.
Mastella ha l'airbus blù per seguire gli eventi sportivi.
Voi no.

Cominciate a capire che sono superflui?
Non so se sia rivoluzione, probabilmente no.
Ma è un assaggio di quel che costa e di quel che comporta.
Un invito a diventare seri, se non altro.

Maurizio Blondet


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11 December

Intervista ad Ariel S. Levi di Gualdo

Intervista ad Ariel S. Levi di Gualdo (1)
Maurizio Blondet
11/12/2007
 
 

Pubblichiamo l'intervista che un noto giornalista ha fatto ad Ariel Levi di Gualdo sul suo libro «Erbe Amare - il secolo del sionismo».
Il giornale per cui quel giornalista lavora non l'ha pubblicata, adducendo di aver ricevuto ordini tassativi dalla proprietà di non dare spazio a quest'opera.
A nostra conoscenza, questo è accaduto più volte.
Uno storico noto, di fama internazionale, dopo aver letto il libro di Ariel Levi ha proposto di recensirlo alle cinque testate con cui collabora: tutte e cinque lo hanno rifiutato.
Altri recensori potenziali sono stati ugualmente respinti; alcuni non hanno nemmeno ricevuto la copia-omaggio del libro, spedito loro per posta.
E' la libertà di stampa in Italia.

D. Tu sei ebreo o cristiano?
R. Sono nato cristiano da genitori cristiani in una famiglia paterna d'antica origine ebraica.
Nell'età della crisi religiosa volli riscoprire le mie radici.
Coi miei ascendenti fu facile, essere riconosciuto ebreo dal Tribunale Rabbinico.
Vissuto un decennio in seno all'ebraismo, ho riscoperto forte più di prima la mia fede nel Cristo risorto.
Per questo, nutro molta gratitudine verso l'ebraismo e gli ebrei.

D. Scrivi: «Il cristianesimo nasce dall'ebraismo ma l'ebraismo esiste ancora proprio perché nega il cristianesimo».
R. Un cristiano è un ebreo della Nuova Alleanza, se invece un ebreo fosse cristiano, cesserebbe di essere tale. Venti secoli fa il giudaismo fonda la sua sopravvivenza su una vena anti-cristiana che precede l'antigiudaismo teologico e che precorre di secoli l'antisemitismo.
Il tutto con buona pace di chi gioca con la storia, affermando che aggressivi e intolleranti sono sempre e solo i cristiani, mentre sappiamo perfettamente che l'intolleranza ebraica nasce molto prima di quella cristiana.

D. Tra le tue righe giungi a negare che gli attuali ebrei siano i legittimi eredi dell'antico ebraismo …
R. Smarrire Dio per adorare le opere di se stessi, ecco il dilemma ebraico.
L'ebraismo di oggi non è erede del messaggio profetico dell'antico giudaismo ma del fariseismo rabbinico codificato nel Talmud.
Dall'anno 70 dopo Cristo a seguire è il Talmud che diventa motore e oggetto di venerazione.
Il messaggio profetico autentico sopravvive nei Vangeli per mezzo di quel Gesù che non venne per abolire l'Antica Legge ma per portarla a compimento, fustigando all'occorrenza l'idolatria della legge rabbinica che si stava sostituendo a quella di Mosè e dei Profeti.
La legge rabbinica ha prevalso e oggi viene impropriamente chiamata ebraismo.

D. Se non è ebraismo che cosa è?
R. È rabbinismo talmudico non esente da punte di materialismo ateo.

D. Esiste oggi il problema ebraico?
R. Esiste il problema cattolico.
Da una parte si tira al piccione sulla Chiesa, dall'altra c'è una casta d'intoccabili che censura anche i pensieri potenzialmente pensati da menti sfuggite alla lobotomia.

D. Insisti molto che oggi i colpiti sono i cattolici.
R. E' così evidente.
L'anticlericalismo è divenuto una sorta di dovere civico nazionale giunto al suo apice coi religiosi radicali di Marco Pannella, toccante caso clinico strappato dalla politica alla geriatria.
Se insulti il Santo Padre è libero pensiero, se invece sospiri su un rabbino di periferia sei linciato e obbligato a chiedere scusa.
Trovo patetici questi anticlericali che gridano «No Vatican No Taleban» ma che al tempo stesso difendono il paradisiaco Stato d'Israele.

D. Come mai li trovi patetici?
R. Perché di quando in quando mi chiedo se a questi signori qualcuno ha mai spiegato che l'Italia è un Paese a maggioranza cattolica ma del tutto laico, mentre il divino Stato sionista, che certi laici anticlericali difendono anima e cuore, è un Paese in cui l'intero diritto di famiglia è gestito dal clero rabbinico.
Ai radicali, che in combutta con certi rimasugli del massonico Partito Repubblicano gridano contro il cardinal Ruini che osa richiamare i fedeli cattolici a certi valori cristiani, qualcuno dovrebbe spiegare, che in quel Paese del Medio Oriente l'istituto del matrimonio civile e del divorzio non esistono.
Il matrimonio è gestito dai rabbini e, quel che viene chiamato impropriamente divorzio, può essere realizzato solo attraverso il "ghet", vale a dire il formale atto di ripudio della moglie da parte del marito, senza il quale nessun tribunale rabbinico può sancire un divorzio.
Gli ebrei che vogliono sposarsi con dei non ebrei; per farlo sono costretti ad andare a contrarre matrimonio nell'isola di Cipro, perché nel divino Stato sionista esiste solo il matrimonio religioso.

D. Hai mai potuto dire in pubblico le  cose scritte nel tuo libro?
R. No. Però mi piacerebbe andare a una diretta televisiva e, senza possibilità di taglia e cuci prima della messa in onda, dibatterne con Fiamma Nirenstein, pagata lautamente per operare indisturbata su quei mezzi di comunicazione che le riconoscono il privilegio di mistificare la realtà, mentre ad altri vietano di esprimere anche le verità più palesi.
Ovvio, se a dibattere con una primatista della mistificazione di tal calibro ci va una suorina comunista come Gianni Vattimo, l'ex sessantottina marxista divenuta oggi supporter di Gianfranco Fini avrà la meglio.
La Nirenstein sa il fatto suo.
Vattimo, su quegli argomenti, era del tutto impreparato; è troppo preso a girare per portare in scena il teatrino dei suoi originali diritti di ateo-cristiano-gay-comunista.
E infatti, dal dibattito, Vattimo ne uscì a pezzi (vedi Confronti, RAI 2, edizione del 12.10.07).

D. Ma avrai bussato anche alla stampa cattolica.
Che spazio ti ha dato?
R. Nessuno.
Ma è ovvio: qualunque buon Osservatore Romano o triestino che sia sa che i nostri non sono Tempi di coraggiose aquile che volano in alto ma di polli che razzolano nel cortile dietro la sacrestia per 30Giorni; e a fine mese ricominciano da capo sentendosi una perfetta Famiglia Cristiana.
Comunque abbi fede: il Sacro Cuore di Jesus ci proteggerà nei Tempi di Fraternità per guidarci verso la Città Nuova.
Ho sufficiente fede ed esperienza per avere imparato a diffidare dei cattolici apostolici romani impegnati e militanti sul carro del vincitore.
Il mio tragitto di cattolico fa sempre rotta sulle Tracce dei deboli; e se ho a che fare coi potenti, è per dar loro addosso e portarne sulla piazza le magagne, non per libare con la casta politica ai meeting riminesi.
I puri di cuore vedranno Dio e saranno il nostro migliore Avvenire.
Ormai viviamo in una Chiesa fatta di intellettuali, giornalisti e teologi che gloriano le virtù dei martiri e che voltato l'angolo hanno paura della propria ombra riflessa nel salotto di casa.
M'intendi, vero?

D. Sì. Io intendo che dietro alla tua faccia da angioletto si cela un figlio di… Maria!
R. Ti sbagli, mia madre si chiama Paola.

D. Riguardo i pericoli del dialogo interreligioso di cui parli?
R. I cattolici hanno cercato di capire tutti e finito con lo smarrire se stessi.
Non sono contro il dialogo ma contro il relativismo che mira dritto al cuore del nostro impianto teologico.

D. A fine libro ringrazi il tuo maestro gesuita Peter Gumpel ma nel corso della narrativa usi altri toni col gesuita Carlo Maria Martini.
R. I gesuiti sono come i peccati, ce n'è d'ogni sorta.
Tempo fa, un gesuita, mi disse: «I gesuiti sono come i superalcolici, vanno sempre assunti a piccole dosi».
A fine libro ringrazio il mio maestro Peter Gumpel perché mi ha insegnato a esercitare il senso critico in modo libero e onesto, utile nel caso per criticare i gesuiti stessi.
Quando studiosi ebrei attaccarono i Vangeli e Paolo, il gesuita Carlo Maria Martini rispose che l'apostolo era influenzato da ambienti antigiudaici.

D. Cosa avrebbe dovuto rispondere?
R. Che i Libri profetici dell'Antico Testamento contengono parole ben più feroci sugli ebrei e i loro potentati dell'epoca, di quelle mai usate dagli evangelisti né da Paolo.
Doveva chiedere se anche i Profeti d'Israele andavano censurati e dichiarati antisemiti.
D. Pare che proprio in questi giorni il cardinale Martini abbia un po' cambiato rotta.
R. Non ho mai dubitato della sua grande intelligenza, né tanto meno della sua fede.
Forse, avendo soggiornato per lunghi periodi in uno Stato artificiale fondato sul feticcio della Shoa mutata in culto statico del dolore e sul diritto razzistico di sangue, avrà avuto modo di toccare con mano che cos'è realmente la cosiddetta Terra Santa, al di là della poetica e della migliore esegesi biblica.

D. Diritto razzistico di sangue?
R. Certo.
O forse non sai come si diventa cittadini israeliani di prima classe di quello Stato-ghetto che l'ambasciatore israeliano in Italia difende in televisione  chiamandolo «l'unica democrazia del Medio Oriente»?
Occorre essere ebrei puri nati da madre ebrea.
A certificare la purità ebraica è il clero rabbinico che esige prova della purità ebraica della madre, della nonna e della bisnonna.
Appurato il tutto, tramite la cosiddetta «legge del  ritorno» puoi diventare cittadino di prima classe, anche se sei uno dei peggiori mafiosi russi.
Ora io non so, se il cardinale Martini che tu dici aver cambiato un po' rotta, vivendo lì per lunghi periodi di tempo abbia toccato con mano certe letizie esercitate ai sensi di legge dagli amati «fratelli maggiori»…

D. Nelle pagine dedicate a Pio XII ironizzi su Alberto Melloni.
R. Cos'altro merita, un disonesto che usa un documento storico alterato, privato di un'intera pagina e, il 28 dicembre 2004, per scrivere su Il Corriere della Sera che Pio XII aveva ordinato di non ridare alle famiglie i bimbi ebrei battezzati?
E ribadisco: disonesto!
Perché scritto il falso non si scusò mai, e seguita tutt'oggi a giocare al cattolico progressista di sinistra nella scuola radical chic di Bologna.
La carità che ci fa cristiani è tante cose: anzitutto è ossequio alla verità, poi è esercizio di quell'umiltà che all'occorrenza ci porta ad ammettere e chiedere perdono per i nostri errori.
Questo fa di noi dei veri uomini, talora dei grandi uomini.
Forse Melloni ha ancora da scoprirlo.
Diamogli tempo, in fondo è un ragazzo di sessantacinque anni.
Certo, se invece di frequentare i radical chic dossettiani avesse frequentato lo studio del cardinale Biffi, lo avrebbe ben chiaro, cosa vuol dire essere cattolici coerenti.
E con l'occasione suggerisco a tutti i lettori l'ultimo libro-capolavoro del gran teologo Giacomo Biffi: «Memorie e digressioni di un italiano cardinale» (Edizioni Cantagalli).

D. Fammi un esempio di cosa vuol dire essere cattolici coerenti.
R. Certo non lo sono quegli pseudo-intellettuali cattolici, indistintamente progressisti o tradizionalisti, che iniziano a criticare i testi di Benedetto XVI prima ancora che siano stampati dalla Editrice Vaticana.
Ubbidire al Magistero non è un obbligo, come non lo è essere cristiani, è una libera scelta di fede; se però si accetta il calice del Cristo bisogna berlo fino in fondo.
E se il calice è amaro ci si fa coraggio con le parole di San Paolo: «Non sono io che vivo ma è Cristo che vive in me».
A quel punto anche il fiele diventerà miele.
Certo, il Mieli che lascia scrivere certe bestialità al Melloni e che non pubblica smentite alla bufala scritta dalla tribuna de Il Corriere della Sera, fiele è e fiele rimane, malgrado il dolce cognome.

D. Emerge sempre il tuo impasto d'ironia tosco-siciliana.
R. O forse di sano realismo col quale andrebbero trattati quei cattolici che hanno smarrito la via che conduce alla porta di casa loro per entrare a cantare «Shalom» dentro le porte degli altri, oltre le quali spesso sono accolti a bastonate.
Sbaglio o stavamo giusto parlando delle infamie che da quattro decenni sono riversate su Pio XII?
Cosa sia il linciaggio fatto coi mezzi più sporchi lo abbiamo toccato con mano sulle sante spoglie di Pio XII.

D. Sei piuttosto duro…
R. Se le vie della carità che guidano a quella verità che ci renderà liberi fossero sempre piacevoli, il Cristo sarebbe morto vecchio e ricco in vacanza alle Maldive.
Gesù c'insegna la grandezza del porgere l'altra guancia ma al tempo stesso c'insegna a prendere le funi e a menare sodo per cacciare i mercanti dal Tempio.
L'una e l'altra cosa sono entrambe espressioni d'amore e di carità cristiana.
Io temo che i paladini cattolici dell'ecumenismo distorto e del dialogo interreligioso mutati in relativismo distruttivo sono persone che pretenderebbero di avere la botte di vino piena e la moglie ubriaca.
Non è forse giunto il momento di cantarla chiara?
Stiamo con Gesù risorto per essere per Cristo con Cristo e in Cristo, o stiamo a far bisboccia con Mammona da uno studio teologico all'altro, dove tutt'oggi insegnano presbiteri ribelli che hanno firmato pubblici cartelli contro decisioni collegiali prese dalla Conferenza Episcopale Italiana?
S'incominci a cacciare queste persone, prima che diventino gli uomini-chiave preposti a decidere chi ammettere al presbiterato e all'episcopato, perché in alcune parti del mondo ci sono già riusciti.
Una volta, si diceva che l'Anticristo era alle porte di Roma, oggi, pare sia già passato nei corridoi dei Sacri Palazzi.
Speriamo che lui non diventi il padrone e il Santo Padre l'usciere.



Nota dell'editore
1) E' la seconda recensione del libro di Levi Gualdo pubblicata sul sito EFFEDIEFFE (dopo quella del 23/11/2007, rubrica Cultura) e ribadiamo la nostra nota di allora sul comportamento dell'editore Bonanno, che manda avanti l'autore affinché tesaurizzi la stima e l'amicizia che Blondet nutre nei suoi confronti.
Il testo è silenziato od osteggiato né più né meno di quanto lo siano le ormai decine di lavori che trattano il tema dei «fratelli maggiori» senza farne le dovute lodi servili [ciò si verifica e si è verificato per tutti i libri di Blondet da noi editi, che però, prima che il successo del sito EFFEEDIEFFE lo rendesse superfluo, erano pubblicizzati con l'acquisto, da parte nostra, di almeno 10 moduli sui quotidiani].
Nel caso di «Erbe amare» la prima censura la fa l'editore ed il suo distributore (uno dei più importanti d'Italia) che non ritiene di investire su un grande intellettuale come Levi di Gualdo, (esiste anche la pubblicità a pagamento) ma punta a speculare sul lavoro altrui.
Anche questa volta l'articolo/recensione è stato pubblicato ugualmente: come già scritto è più importante la buona battaglia rispetto a calcoli spilorci.



(Fabio de Fina)
www.effedieffe.com

17 November

La falsa teoria dell'evoluzionismo

Da parte dell'  ASSOCIAZIONE GENITORI CATTOLICI (www.genitoricattolici.org )
mi è stato segnalato un video molto interessante (contenente l'opinione di diversi uomini di scienza) che fa piazza pulita della teoria dell'evoluzionismo.
Il video può essere visto cliccando sul seguente link  
http://video.google.it/videoplay?docid=-1284361946744030717&q=UNA+QUESTIONE+DI+ORIGINI&total=5&start=0&num=10&so=0&type=search&plindex=0
prima che venga "censurato".

12 November

Chi sono i pedofili

Qual è il partito dei pedofili?

Il Partij voor Naastenliefde, Vrijheid en Diversiteit  ("Amore del prossimo, libertà e diversità"), abbreviato in NVD, è nato in Olanda il 31 maggio 2006, fondato da Marthijn Uittenbogaard, Ad van den Berg e Norbert de Jonge. È noto alle cronache come partito dei pedofili (o "delle merde umane"), per gli scopi che si propone di raggiungere:
- ridurre da 16 a 12 anni l'età minima per avere rapporti sessuali (per poi eliminare col tempo ogni diveto);
- abbassare almeno a 16 anni il limite per recitare in film a luci rosse;
- legalizzare la pornografia infantile;
- legalizzare la zoofilia (sesso con animali);
- libera diffusione in tv di pornografia (infantile e non) anche durante il giorno;
- assoluta libertà di circolare nudi in pubblico, ovunque e di chiunque si tratti;
- legalizzare ogni droga, leggera e pesante che sia, per adulti e minorenni;
- eliminare il Senato in Olanda;
- viaggiare in treno gratuitamente.

Il tribunale dell'Aia ha respinto la richiesta di impedire al partito dei pedofili di partecipare alle elezioni nazionali, sulla scia della lunga tradizione di tolleranza dei Paesi Bassi, perché - ha dichiarato il giudice - il partito «non ha commesso un crimine, ma chiede una riforma costituzionale».
Antonio Marziale, presidente dell'Osservatorio sui Diritti dei Minori, ha dichiarato: «Se le istituzioni europee non impediscono la nascita del partito dei pedofili olandese, l'Italia esca subito dall'Unione».
L'intento di Marziale era ovviamente nobile, ma come al solito non è successo nulla.
Perché?
Forse perché in Italia il partito dei pedofili esiste già?
Purtroppo non possiamo dirlo. Tenteremo di farvelo capire.
Un po' di anni fa era saltata all'occhio la notizia che il governo russo, presediuto da Putin, aveva ufficialmente accusato il Partito Radicale di essere un'organizzazione internazionale dedita alla pedofilia, oltre che alla protezione degli spacciatori di droga. Il nostro governo in sede ONU difese a spada tratta quegli individui che, seppur per pochi voti, riuscirono a non perdere i benefici che le Nazioni Unite conferiscono loro, essendo essi titolari dello statuto di ONG.
Ma ovviamente ha torto Putin, no?
Certo che sì, però prima un po' di pillole di storia...

I Radicali Italiani, in un convegno del 27 ottobre 1998 promosso da Marco Pannella, hanno lanciato parole di fuoco contro la legge 269 dell'agosto 1998 che, oltre a punire lo sfruttamento sessuale dei minori, obbliga anche gli Internet provider a una impropria funzione di controllo e di censura dei contenuti da loro veicolati, pena la chiusura e il sequestro dei server. Gli invitati Ernesto Caccavale (eurodeputato), Sergio Seminara (professore di diritto), Massimo Bordin (direttore di Radio Radicale), Roberto Cicciomessere (direttore di Agorà telematica) l'hanno definita "mostruosità giuridica", legge da "caccia alle streghe", "illiberale", "antigarantista", "cavallo di Troia contro Internet".

Il 5 dicembre 2001 Radio Vaticana ha intervistato (proprio a proposito di quel convegno) Daniele Capezzone, portavoce dei Radicali, che si è espresso in questi termini: «la pedofilia al pari di qualunque orientamento e preferenza sessuale, non può essere considerata un reato».
Di fronte alle polemiche che si sollevarono sull'interpretazione della frase Capezzone spiegò che: «Nessun ordinamento può criminalizzare un orientamento sessuale in quanto tale, come "stato", come "condizione", come "essere". Ogni orientamento sessuale, ogni preferenza, ogni scelta potranno e dovranno invece essere perseguiti se e quando si tradurranno in comportamenti violenti e dannosi per altre persone, minori o maggiori che siano. Criminalizzare i "pedofili" in quanto tali, al contrario, non serve certo a "tutelare i minori" ma solo a creare un clima incivile, né umano né -vorremmo dire- cristiano».
Quindi basta che il bambino sorrida mentre viene violentato, e il comportamento non è violento e dannoso. Non criminalizziamo, suvvia.

Un'altra "anima radicale", tale Marco Cappato, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, ha difeso al TG2 il diritto dei pedofili olandesi ad avere il loro partito. Va detto che questo individuo è sempre in prima linea quando si tratta di denunciare la "pedofilia in Vaticano". Ipocrisia? No, anzi: coerenza assoluta. Cappato desidera  che la pedofilia venga regolata da leggi, così non ci sarebbe violenza ma soltanto "amore". Inoltre questo tipo di amore farebbe bene alle casse dei soliti ignoti, poiché il business del commercio di materiale pedopornografico permette affari d'oro.

Dal sito Archivio del Novecento (Istituto: Archivi Radicali; Fondo: Marco Cappato; Serie 4: Diritti umani e dei cittadini; Sottoserie 8: Prostituzione, pedofilia, razzismo, privacy  1995-2003) apprendiamo che Marco Cappato ha ricevuto una lettera da William Andraghetti, pedofilo orgoglioso di esserlo, che così gli scrive (10/03/2002):

«Gentile sig. Cappato, tempo fa le avevo inviato una domanda alla quale, per ora, non ho avuto risposta. Le chiedevo: che cosa intendono fare i radicali nei riguardi del problema pedofilia? Io sono pedofilo e gradirei che il suo partito prendesse una posizione chiara sulla pedofilia. Avete progetti, iniziative? Oppure, visto l'argomento scomodo, avete pensato di soprassedere? Grazie. William.»

Ecco la risposta di Cappato (10/03/2002):

«Mi pare che i radicali siano stati e siano molto chiari nel denunciare i metodi da caccia alle streghe sui casi di pedofilia, così come il proibizionismo su internet e la sottovalutazione dell'impatto della pedofilia "domestica". Al tempo stesso siamo stati rigorosi - vedasi l'azione di Olivier Dupuis - nel denunciare le coperture di casi di violenze sui minori realizzati in ambienti "di potere" in Belgio.»

Due giorni dopo, una utente che si firma "Interdetta", chiede spiegazioni riguardo a questo intervento non troppo chiaro:

«Ciao, potresti spiegarmi cosa significa che voi radicali vi siete battuti contro "i metodi di caccia alle streghe sui casi di pedofilia (ok, fin qui ti seguo), così come il proibizionismo su Internet e la sottovalutazione dell'impatto della pedofilia domestica"? Non mi è affatto chiaro, posto che la battaglia di Dupuis in Belgio è stata grande. Ciao.»

Ed ecco l'incredibile replica di Cappato (16/03/2002):

«Al centro delle varie operazioni antipedofilia c'è; stata la demonizzazione di Internet, con procedimenti penali anche a carico di chi ha semplicemente visitato siti pedofili. Al tempo stesso si è trascurato il fatto che la stragrande maggioranza degli episodi di abusi sui minori avviene tra le mura domestiche.»

In merito alla prima lettera, posso solo ricordare che William Andraghetti è un operatore turistico bolognese, frequentatore di circoli esoterici e caro amico del capo di una infame setta satanica italiana. Andraghetti sostiene che «la differenza tra il pedofilo e il violentatore corrisponde a quella tra proporre e imporre [...] il pedofilo propone un rapporto a un minore, che può accettare o rifiutare, mentre il violentatore si prende comunque il piacere con la forza». Il pedofilo Andraghetti è stato condannato nel 1987 per violenza carnale su minori, ma per fortuna il gruppo di scrittori Luther Blisset ha permesso a questa persona di difendersi attraverso il loro sito internet, con frasi del tipo: «per alcune categorie di imputati, ieri la "banda dei pedofili" e oggi la "banda dei satanisti", non ci sarà mai vera giustizia e nessuna tutela» e «per chi è diverso la giustizia non potrà mai esistere»).
Possiamo forse capire perché Andraghetti chieda al Partito Radicale (e non ad altri) che cosa si stia facendo di concreto per rendere la pedofilia legale.

Tuttavia noi non possiamo permetterci di dire che il Partito Radicale, oggi mascheratosi da socialista nella Rosa nel Pugno, sia il partito dei pedofili italiani.
Per carità.
Basta il sorriso del bambino.