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12 March Antologia ragionata del dott. Umberto Veronesi, nichilista di tendenzaAntologia ragionata del dott. Umberto Veronesi, nichilista di tendenzaAborto, fecondazione artificiale, clonazione, eutanasia: il celebre oncologo diffonde il verbo della tecnoscienza con una crescente mole di pubblicazioni. Cari cattolici democratici, ecco chi è il vostro capolista al Senato in Lombardia. Umberto Veronesi è un famoso oncologo italiano, che, dopo una brillante carriera, ha deciso di dedicarsi alla pubblicistica, e a diffondere alcune certezze: la bontà dell'aborto, della fecondazione artificiale, della clonazione, della sperimentazione occisiva sugli embrioni umani e di tutte le altre possibilità tecnoscientifiche odierne. Recensito un libro di Umberto Veronesi, ne esce immediatamente un altro. Non è facile, dunque, starci dietro, benché i concetti siano piuttosto semplici, in quanto, in fondo, sono sempre gli stessi. Uno degli ultimi libri pubblicati, "Organismi geneticamente modificati" (Sperling&Kupfer, 2007), scritto insieme a Chiara Tonelli, inizia subito con un concetto che è caro al celebre oncologo: "La vita è infatti un insieme di reazioni chimiche", e "per la natura l'essere umano potrebbe essere semplicemente uno dei tanti tasselli da sacrificare, se l'evoluzione lo imponesse". Che sia chiaro: stiamo parlando di uomini, ma è come se stessimo parlando di animali, piante, reazioni chimiche, e basta! Il primo capitolo del libro è intitolato "Un pianeta destinato alla fame" e esordisce con una citazione da Thomas Malthus. Nihil sub sole novi: continua la battaglia contro l'uomo, continua l'opera di riduzionismo filosofico. Il lettore di Veronesi deve convincersi, sino alla spossatezza, di non essere nulla, se non un insieme di pulsioni e reazioni chimiche, talvolta assai pericolose, per il destino stesso del pianeta. Di non essere affatto un "animale politico", un "animale sociale", pensante e parlante, dotato di corpo e di anima: questo è il nucleo forte del Veronesi-pensiero. Sui dettagli, si può variare, ma non troppo. Nel precedente "Scienza e futuro dell'uomo" (Passigli, 2005) Veronesi partiva sempre dalla stessa dogmatica affermazione: l'uomo con Copernico sarebbe "tornato ad essere parte di un processo evolutivo che include animali, piante e tutti gli esseri viventi. L'uomo viene così ridimensionato e nasce da lì il pensiero scientifico". Poi però quest'uomo, uguale a piante ed animali, diviene improvvisamente un essere capace di cose straordinarie, grazie alla potenza della tecnologia: "Basta intervenire sul Dna prima dell'impianto nell'utero, inserire o togliere un gene, e possiamo creare un bambino che vivrà centovent'anni. Questo potrebbe avvenire domani mattina, possiamo farlo" (p. 49). E proseguiva: "Pensi che, se volessimo, in un ovulo fecondato in vitro potremo inserire nel Dna il gene dell'ormone della crescita di un elefante e ottenere dei bambini alti quattro metri" (p. 50). Così lo scienziato che cerca di abbassarci un po' l'orgoglio di creature spirituali ci dice poi che possiamo fare tutto, proprio tutto, come dei novelli demiurghi. Nell'ultimo libro, già citato, riprende il concetto: "Teoricamente la stessa cosa si può fare anche con l'uomo: per esempio inserendo nel suo codice genetico il gene dell'ormone della crescita di un elefante"; oppure si potrebbe eliminare il gene P66: "Se lo si elimina quando un uomo è ancora embrione quella persona potrebbe vivere sino a 120 anni" (pp. 74-75). Dopo aver ipotizzato la vita sino a 120 anni, non solo a parole, ma anche investendo nella ricerca, che ritiene assai redditizia, sul gene P66, Veronesi arriva immancabilmente all'eutanasia (e talora può tornare l'amato elefante): "E' un dovere affrontare la morte serenamente, come gli elefanti, che si ritirano per morire, o gli alberi che cadono perché hanno concluso il loro ciclo vitale" (p. 73 di ‘Scienza e futuro dell'uomo')". Poco dissimile il ragionamento nel suo precedente "L'ombra e la luce" (Biblioteca di Repubblica, 2005): "Considero la morte nient'altro che un evento biologico. E' la rigenerazione, il lasciare spazio agli altri, come fanno quegli animali che da vecchi, si staccano dal branco per andare a morire soli" (p. 30). Sempre in questo libro, a pagina 46, scriveva: "Questo significa che se la scienza manipolasse il Dna, e in teoria può farlo, potrebbe determinare in laboratorio la lunghezza della vita. Se si togliesse il gene P66 a un uovo umano fecondato, si creerebbe una nuova specie umana in grado di vivere tranquillamente fino a cent'anni e oltre". Nel suo "Il diritto di morire" (Mondadori, 2005), l'ossessione di Veronesi vitaprolungatainlaboratorio-mortedeterminatainlaboratorio si esprimeva con afflati misticheggianti: "E il motore di questa rigenerazione è il Dna umano che, riproducendosi, in ciascun uomo, propaga incessantemente la vita... potremmo quasi dire che la trasmissione del nostro Dna alle generazioni successive potrebbe essere letta come la versione moderna dell'immortalità, in quanto il Dna è in effetti immortale. Inoltre, trasferendosi da un corpo all'altro (?), riassume anche il concetto antico di reincarnazione" (p. 12). Infine, nel suo penultimo libro, "La libertà della vita" (Raffaello Cortina, 2007), completamente-calato nella mistica scientista, Veronesi auspica un mondo in cui gli anziani, a cinquanta o sessant'anni spariscano (p. 39) e in cui i giovani si riproducano per clonazione riproduttiva, senza bisogno di entrambi i genitori, come ai tempi dell'androginoermafrodita originario (pp. 85-100; è una scoperta scientifica di Veronesi, l'ermafrodita originario, o un ennesimo abbaglio filosofico-esoterico?). Studiare il Veronesi-pensiero, insomma, è facile e difficile allo stesso tempo: l'uomo un po' si ripete, un po' si contraddice, un po' filosofeggia, un po', però, pensa anche al concreto. Veronesi infatti non è solo prolificissimo scrittore, ma è anche azionista di una azienda di biotecnologie di nome Genextra, che avrebbe guadagnato lauti compensi dalla possibilità di sperimentazione occisiva sugli embrioni, vietata, almeno a parole, dalla legge 40; nello stesso tempo confida in un progetto di ricerca sulla longevità umana, convinto di poterla portare appunto ai 120 anni; in simultanea si batte per il testamento biologico. L'ultimo libro sull'argomento, "Nessuno deve scegliere per noi" (Sperling&Kupfer, 2007), è coordinato dall'avvocato napoletano Maurizio De Tilla. Scrive La voce della Campania del febbraio 2007 al riguardo: Maurizio De Tilla figurava nel 1992 tra le migliaia "di iscritti alla massoneria, Grande Oriente d'Italia, all'ombra del Vesuvio. Oggi De Tilla è coordinatore del, comitato Scienza e diritto della Fondazione Veronesi, nonché presidente nazionale della Cassa Forense. Quest'ultimo organismo ha recentemente espresso parere favorevole alla redazione del testamento biologico in forma di scrittura privata raccolta, a titolo gratuito, dall'avvocato, dal medico, o dal mandatario, anziché effettuata per atto di notaio" (forse un po' costoso). Sempre La voce della Campania mette in luce alcuni meccanismi coi quali Veronesi sta diventando ogni giorno che passa una voce martellante, sempre ascoltata e propagandata. Oltre a consigliare testamento biologico ed eutanasia, infatti, la sua fondazione, invita a firmare anche "un lascito testamentario, piccolo o grande che sia... per tramandare i valori in cui crediamo e testimoniare i sentimenti, che ci sono stati cari nella vita". "Ognuno di noi - aggiungono gli esperti contabili della struttura di Veronesi - può scegliere di legare tutti o parte dei propri beni allo sviluppo dei progetti della fondazione". Si possono lasciare soldi, ma anche "un bene mobile, un bene immobile, un appartamento, una casa, un terreno, che la Fondazione possa vendere o affittare per ricavare risorse per portare avanti i suoi progetti". Servono soldi per mantenere riviste, pubblicizzare libri, sostenere fondazioni, organizzare conferenze internazionali sul darwinismo, promuovere il testamento biologico pro eutanasia, finanziare le ricerche sul gene P66 per la longevità... Continua La voce della Campania: "E sì che di denaro, appartamenti, gioielli o auto di lusso, proprio la Fondazione Veronesi potrebbe farne tranquillamente a meno. Basta scorrere l'altisonante parterre del comitato di sostegno: si va dalla regina delle multinazionali del farmaco Diana Bracco al banchiere prodiano Giovanni Bazoli; dal vertice Mediaset Fedele Confalonieri al presidente di Confindustria e numero uno Fiat Luca Cordero di Montezemolo; dalla Rcs di Cesare Romiti alla Todd's di Diego Della Valle; dal signor Telecom Marco Tronchetti Provera al potente banchiere torinese Maurizio Sella, fino al finanziere Francesco Micheli, a Gabriele Galateri di Genola in diretta da Mediobanca, o l'ex presidente del Banco di Sicilia Alfio Noto. Sicuramente non mancheranno di far sentire la loro generosità ad Umberto Veronesi; magari con lasciti testamentari anticipati a suo favore. Per la Fondazione, naturalmente. Così come non mancano di fargli sentire il loro sostegno emotivo intellettuali del calibro di Umberto Eco e Fernanda Pivano, Claudio Magris e Renzo Piano, senza contare la presenza - sempre nello stesso comitato ‘de roi' - del filosofo e sindaco di Venezia Massimo Cacciari, dell'ex presidente del Senato Marcello Pera e dell'editorialista Sergio Romano. Un partito trasversale del lascito. Tutti premi Nobel o quasi, ovviamente, i componenti del comitato scientifico: Renato Dulbecco, Rita Levi Montalcini, Paul Nurse, Carlo Rubbia, Margherita Hack e Lue Montagnier. ‘Come fare testamento a favore della Fondazione Umberto Veronesi' è poi il link finale, con moduli precompilati ed istruzioni tecniche, per quanti non avessero ancora capito ed apprezzato i benefici della donazione di sè... Non guarda al colore politico, Veronesi, quando si tratta della salute. E che salute! Il suo Ieo (Istituto europeo di oncologia), altra multinazionale fondata sulla cura del cancro, può contare attualmente come capitale sociale sulla bellezza di quasi 80 milioni di euro. Fra i titolari di tanto ben di dio troviamo nell'azionariato sigle dell'uno e dell'altro schieramento. In area Polo, Mediolanum e la Popolare di Lodi. Sul versante Ulivo Fiat, Telecom, Res, Pirelli e Capitalia. E poi ancora le creature di Salvatore Ligresti Fondiaria e Ras, quindi Banca Intesa, Unicredit (qui il legame è doppio: lo stesso Veronesi è membro del comitato etico della banca), Assicurazioni Generali, l'Italcementi di Giampiero Pesenti, Edison, Banca Popolare di Milano, Mediobanca, oltre al colosso finanziario della ricerca farmaceutica Sorin spa. Quest'ultima rientra nel vasto arcipelago di Genextra, ‘una holding che conduce attività di ricerca sulle patologie dell'invecchiamento, oncologiche, neurologiche e degenerative', come si autodefinisce la società. Costituita nel 2003 su iniziativa di Francesco Micheli e della Fondazione Umberto Veronesi, a settembre 2005 Genextra entra nel campo delle nanotecnologie e acquisisce il controllo di Tethis, leader mondiale del settore. L'operazione è stata realizzata attraverso un aumento di capitale di circa un milione e mezzo di euro, ‘ma - precisa il comunicato stampa diramato dall'azienda - Genextra si è impegnata a sottoscrivere due ulteriori aumenti di capitale per complessivi euro 1,8 milioni da eseguirsi nel corso del 2006 e del 2007'. Ce la faranno? Inutile stare col fiato sospeso, anche perché timoniere di Genextra è ancora oggi il supercollaudato Micheli. ‘Negli anni Settanta - recita la sua biografia - era stato uno degli assistenti dell'allora presidente di Montedison Eugenio Cefis. In seguito fu al centro dell'avventura finanziaria che nel luglio del 1985 consentì a Mario Schimberni di impossessarsi di Foro Buonaparte'. Veronesi, insomma, gli, amici se li sa scegliere. Come ha fatto proprio per l'organigramma dell'Istituto oncologico europeo che ai suoi vertici amministrativi vede big come la figlia di Salvatore Ligresti, Giulia, l'amministratore delegato di Telecom, Carlo Buora (balzato alle cronache per l'inchiesta sulle schedature illegali che ha travolto Giuliano Tavaroli), e poi il presidente della Popolare di Milano Roberto Mazzotta, i big della finanza nazionale Paolo Maria Grandi, Carlo Puri Negri, Matteo Arpe... Insomma, quando c'è la salute c'è tutto. E più che in salute è proprio l'Ieo: la creatura targata Veronesi di via Filodrammatici, a Milano, nel 2005 dichiara a bilancio un bel +117 milioni e mezzo di euro come ‘ricavi da vendite e da prestazioni', un attivo circolante pari a 63.560.169 euro e partecipazioni per 27.064.602. Piccolo particolare: nell'oggetto sociale la cura degli ammalati risulta fanalino di coda. Si legge infatti chiaramente: ‘Costruzione d'immobili per abitazione ed altri usi. Costruzione fabbricati ad uso abitazione, per fini agricoli, industriali, commerciali, etc. Ospedali e case di cura generali'. Pazienza" (http://www.lavocedellacampania.it/).
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Negli attuali dibattiti in campo bioetico ci sembra di notare una cosa piuttosto curiosa: invece di fare appello alle ragioni della scienza, invece di fornire prove, argomenti, cifre, conoscenze reali e documentate, a sostegno delle proprie posizioni, i fautori della clonazione, della manipolazione genetica, dell'eutanasia, dell'aborto, e quant'altro, si rifugiano nel campo filosofico, nell'affermazione di pseudo-principi, di concetti astratti, di slogan accattivanti e demagogici. Il confronto sui fatti e le cose, per questo motivo, risulta assai difficile: è lo stesso paradosso per cui l'adorazione della scienza, divenendo scientismo, finisce per abiurare la scientificità, la concretezza, l'esperienza, per divenire ideologia astratta, sganciata da ogni realtà. Il discorso vale anche per la battaglia ad ampio spettro promossa da Veronesi su tutto l'arco delle tematiche della vita. Non per la vita, intendo, ma per limitare, come direbbe lui, il dolore, le ingiustizie, gli "orrori" della vita e della natura, limitando la vita stessa (aborto eugenetico, sperimentazione occisiva sugli embrioni, eutanasia e liberalizzazione delle droghe "leggere"). Il suo intento si inserisce all'interno di quella visione utilitarista della vita che, nel luglio del 1974, condusse i firmatari del primo Manifesto sull'eutanasia (pubblicato all'interno del The Humanist) ad affermare: "E' immorale tollerare, accettare o imporre la sofferenza. Crediamo nel valore e nella dignità dell'individuo; ciò implica che lo si tratti con rispetto e lo si lasci libero di decidere ragionevolmente della propria sorte [...]. In altri termini bisogna fornire il mezzo per morire ‘dolcemente, facilmente' a quanti sono afflitti da un male incurabile o da lesioni irrimediabili, giunti all'ultimo stadio. Non può esservi eutanasia umanitaria all'infuori di quella che provoca una morte rapida e indolore ed è considerata come un beneficio dell'interessato. E' crudele e barbaro esigere che una persona sia mantenuta in vita contro il suo volere e che le si rifiuti l'auspicata liberazione quando ha perduto qualsiasi dignità, bellezza, significato, prospettiva di avvenire. La sofferenza inutile è un male che dovrebbe essere evitato nelle società civilizzate [...].Ogni individuo ha il diritto di vivere con dignità, ha anche il diritto di morire con dignità". A chi legga i libri di Veronesi, o i suoi articoli, non può non balzare agli occhi questa semplice verità: il suo argomentare è essenzialmente filosofico, teologico, e assai poco medico. Cita il suo amico Massimo Cacciari, l'Ecclesiaste, il limbo e la sofferenza di Giobbe, Eraclito, gli stoici; sant'Agostino, san Tommaso, alcuni teologi protestanti, Diderot e D'Alambert. Lo fa, anzi, con una facilità, apparente, che potrebbe far invidia anche ad un professore di filosofia. Così, di fronte ad una tale abbondanza di argomentazioni filosofiche, a qualcuno potrebbe sorgere un dubbio: che abbia sbagliato mestiere, o che abbia intrapreso gli studi medici, per errore? Scherziamo, naturalmente, e non oseremmo mai disconoscere la sua abilità e competenza di medico, benché siamo molto più perplessi sulle sue doti di filantropo, cui pure tiene moltissimo. Anzi, proprio questo tenerci, questo servirsi in molte occasioni della sua qualifica di "amico dei malati", sa un po' di ideologico, di demagogico, di non gratuito, specie se poi si scopre che va di pari passo con attività troppo imprenditoriali, come ad esempio le ricerche sul gene P66, dal quale ci si attendono non solo passi avanti per la longevità umana, ma anche, senza remora alcuna, lautissimi guadagni economici (vedi Affari e Finanza del 3 novembre 2005). Tornando alla filosofia, le parole che più ricorrono, nel gergo di Veronesi, sono libertà, casualità, legge del più forte, e, soprattutto, male, dolore, sofferenza. Il vero scandalo, ai suoi occhi, è lo scandalo del male: "Il mondo è pieno di mostruosità, di orrori, di sbagli, dove tutti sono contro tutti". La cosa del resto è assai comprensibile, umanamente parlando: anche Cristo è stato scandalo; nella sua sofferenza ed umanità, per i suoi stessi apostoli. Per stare un po' bene al mondo, però, come diceva Chesterton, "abbiamo bisogno, guardando ciò che ci circonda, di avere insieme la sensazione della sorpresa e la sensazione dell'accoglienza". Abbiamo bisogno cioè di scorgere quello che c'è, o che ci può essere, o che, si può costruire, e non solo quello che manca, come se fosse condannato a mancare per sempre. "La mia accettazione dell'universo - continuava il grande scrittore inglese - non è ottimismo; è piuttosto qualche cosa di simile al patriottismo. Si tratta di lealtà elementare [...]. La questione non è di sapere se il mondo è troppo triste per essere amato o troppo lieto per non essere; la questione è che quando sii ama una cosa, la sua letizia è una ragione per amarla e la sua tristezza una ragione per amarla di più". Sono paradossi, è vero, ma nulla rispetto al paradosso per eccellenza, e cioè all'incredibile parentela che esiste, al mondo, tra amore e dolore! Questa parentela, che il cristianesimo ha colto, e che la vita mostra sin dal suo comparire, allorché mescola il dolore del parto con la gioia della nascita, a Veronesi sfugge totalmente: per questo, dopo aver accusato più volte il cattolicesimo di pessimismo, naufraga, paradossalmente, nel pessimismo più radicale e totalitario, che abbassa l'uomo a bestia, la vita a dolore, la natura a foresta di belve, la morte a cessazione di tutto, il tutto a nulla. Espropriato Dio della bellezza della creazione, e l'uomo della speranza teologale, Veronesi apre una sola finestra, quella dell'orgoglio luciferino, dell'uomo che si fa Dio di se stesso, e che ricrea, o distrugge, a suo piacere, la natura "mostruosa": l'uomo che "determina la lunghezza della vita in laboratorio"; l'uomo che urla la sua rabbia attuando un "dominio sul proprio Dna, o sul Dna di altri esseri viventi" ("L'ombra e la luce"). Dominio effimero e fasullo: triste illusione di chi ha l'animo sconvolto dalla ribellione, di chi invoca il peccato, la disobbedienza di Adamo come "il primo atto di coraggio osato dall'uomo". Vengono in mente, a tale riguardo, la posizione di Alain Delon ("Non lascerò che sia Dio a stabilire l'ora della mia morte"), o quella antitetica, di un uomo similmente dissoluto e ribelle, ma profondo, come il grande scrittore Oscar Wilde. Dopo una vita di orgoglio, di peccato celebrato e di presunzione, una volta sperimentato il dolore della prigionia scriverà, prima di convertirsi, di aver capito che il male nel mondo non è la negazione nè la dimostrazione della non esistenza di Dio: "Ora mi pare che l'amore di qualche specie è l'unica spiegazione possibile alla straordinaria quantità di dolore che c'è nel mondo. Non posso concepire nessun'altra spiegazione. Sono convinto che non ne esistono altre, e che se il mondo fu proprio costruito col dolore, fu costruito dalle mani dell'amore, perché in nessun altro modo l'anima dell'uomo, per cui il mondo è stato fatto, potrebbe raggiungere l'intera misura della sua perfezione". E concludeva però affermando che "lo stato di ribellione chiude le vie dell'anima, escludendo le aure del cielo". Una ribellione contro Dio che lui stesso aveva sperimentato, e rinnegato, e che rimane presente, invece, nelle tante considerazioni filosofiche e teologiche che Veronesi mescola alle sue posizioni bioetiche; e che deriva forse che dall'aver visto troppa gente morire, di cancro, sola, senza Dio e senza il prossimo. Perché nell'era dell'uomo che si fa Dio, che eleva la ribellione al di sopra della fiducia e dell'abbandono, il dolore perde veramente il suo significato, e lascia a molti, come unica via d'uscita, solo un estremo atto di sfida, di disperazione e di solitudine, come l'eutanasia. Ad essa si riferisce Veronesi, ancora una volta, nel suo pubblicizzatissimo "Il diritto di morire", in cui non fa che ricollegarla al concetto di libertà, al principio di autodeterminazione: l'eutanasia non sarebbe altro, in fondo, che un modo come un altro per essere veramente se stessi, consapevoli che alla fine, per affrontare la morte "con maggior serenità", basta non credere nell'aldilà, ma soltanto nel perpetuarsi del patrimonio genetico e cioè del Dna, che "riproducendosi in ciascun uomo propaga incessantemente la vita" (mentre Veronesi propaganda la "dolce morte"), e realizza una "versione moderna dell'immortalità, in quanto il Dna è in effetti immortale"! Amenità e filosofemi a parte, il resto dell'argomentazione pro eutanasia si riduce ad un falso pietismo a buon mercato, in cui appunto la parola pietà viene di continuo profanata, scimmiottata, invertita, proprio come ai tempi di Adolf Hitler "Si garantisca - scriveva il dittatore al dottor Karl Brandt, decretando l'eliminazione di migliaia e migliaia di giovani e anziani malati - la morte pietosa ai pazienti considerati incurabili secondo il miglior giudizio umano". A tale proposito lo psichiatra americano Leo Alexander, a cui fu commissionato uno studio sui piani eutanasici del nazismo, scriveva: "Qualunque proporzione abbiano assunto alla fine i crimini nazisti, a chi li ha studiati appare ormai chiaro che iniziarono a piccoli passi. All'inizio si trattò solo di un piccolo spostamento nell'atteggiamento di fondo dei medici. Il primo passo fu l'accettazione dell'idea, fondamentale nel movimento pro eutanasia, che può esistere una vita non degna di essere vissuta. Questo atteggiamento, all'inizio, riguardava esclusivamente i malati molto gravi e cronici. Gradualmente la sfera di chi poteva essere incluso nella categoria si andò allargando fino a comprendere gli individui socialmente improduttivi, quelli ideologicamente indesiderabili...". E' del tutto evidente, pertanto, che se l'umanità perde il concetto di sacralità della vita, e si allontana dall'ambito del sacro e dalla fede, anche il culmine dell'esistenza (cioè la morte) perde il suo profondo valore. Il tempo del morire acquisisce significato solo se apre ad una trascendenza, verso una pienezza di vita. Nell'era della tecnologia e del progresso illimitato, però, la ricerca dell'utilità determina il sorgere dell'etica edonistica, per la quale l'evento della morte è nient'altro che un semplice incidente di percorso. A tal proposito vale la pena di ricordare la splendida riflessione di Philippe Ariès, il quale nell'affrontare il tema della mutazione della percezione della morte in occidente, scrisse: "La morte è divenuta tabù, una cosa innominabile [...]. Una volta si raccontava ai bambini che nascevano sotto un cavolo, però essi assistevano alla grande scena degli addii, nella camera e al capezzale del morente [...] oggi i bambini vengono iniziati, fin dalla più tenera età, alla fisiologia dell'amore e della nascita, ma, quando non vedono più il nonno e chiedono il perché, in Francia si risponde loro che è partito per un paese molto lontano, e in Inghilterra che riposa in un bel giardino dove cresce il caprifoglio. Non sono più i bambini a nascere sotto un cavolo, ma i morti a scomparire tra i fiori". Ecco, di fronte a tutto questo, alle nuove e ridicole divinità, come ad una concezione inumana del dolore, non si può solo ridere, con volgare fragore, come si sarebbe tentati di fare. Al contrario, i cattolici, come si sono adoperati con i Centri di aiuto alla vita per rendere meno sole le mamme e le famiglie, di fronte ad una nascita, si riorganizzano e si riorganizzino oggi come i volontari della Associazione Gigi Ghirotti di Genova, nata per assistere in casa, ogni anno, circa mille malati di cancro, sia attraverso una presenza umana ed amichevole sia cercando di "lenire il dolore nella sua dimensione fisica per mezzo dei farmaci e di tecniche antalgiche diverse". Altrimenti è inevitabile che si finisca come nell'Oregon, dove l'eutanasia, che è spesso considerata come la soluzione finale al dolore solitario, avviene nella solitudine più nera: "la legge dell'Oregon infatti impone al medico di incontrare il paziente una sola volta per determinare se è in fase terminale, di rinviarlo ad un altro medico per conferma, di aspettare due settimane e di vedere se riceve una seconda richiesta di morte. Dopodiché la prescrizione può essere eseguita e il medico può rimanere fuori dal resto della vicenda", di modo che in molti casi "colui che ha eseguito la prescrizione ha conosciuto il paziente soltanto poche settimane prima della (sua) morte".
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Ma veniamo al neodarwinismo di Veronesi. Quale può essere il collegamento tra le grandi discussioni odierne sulla moralità di certe manipolazioni della vita, e la teoria darwinista, nella sua parte relativa all'origine dell'uomo da antenati scimmieschi? Ce lo spiegava; indirettamente, già molti anni fa un filosofo inglese, Bertrand Russell, assai distante da posizioni cattoliche: "Un seguace dell'evoluzione sosterrebbe che non solo la dottrina dell'uguaglianza di tutti gli uomini, ma anche quella dei diritti dell'uomo, deve essere condannata come antibiologica, poiché fa una distinzione troppo netta tra gli uomini e gli animali" ("Storia della filosofia occidentale"). Il discorso è semplice: se l'uomo è solo animale, i suoi diritti, ed in particolare quello alla vita, non sono diritti intangibili, inalienabili! Se è solo animale, e cioè materia in evoluzione, inoltre, vi sono stadi più o meno avanzati: uomini, o "razze", o classi sociali, che "valgono" di più o di meno! Ma andiamo con ordine. Bisogna anzitutto ricordare di nuovo che l'evoluzione in sé è perfettamente compatibile con il pensiero cristiano e con il concetto di creazione, al punto che fu in qualche modo intuita già da san Basilio, san Gregorio di Nissa, sant'Agostino d'Ippona e tanti altri, i quali ritenevano che Dio, nel creare la materia, avesse immesso in essa le capacità, o rationes seminales, per generare nel tempo le varie creature. Ma non è altresì compatibile con l'antropologia cattolica l'idea darwinista, per nulla scientifica, che tutto sia dovuto al caso, e che l'anima non sia in fondo che materia evolutasi attraverso imprecisate ed inspiegabili modalità. Non è, cioè, compatibile con la nostra fede né con l'intelligenza ritenere, come facevano già nell'Ottocento pensatori darwinisti, che il cervello sia solo una macchina a vapore, e che il pensiero venga da esso prodotto analogamente a come l'urina o i succhi gastrici vengono secreti da altri organi. Se infatti così fosse, crollerebbero i fondamenti per affermare la libertà dell'uomo, la sua coscienza, la morale, l'immortalità dell'anima, le sue aspirazioni e tutto ciò che fa di noi degli "animali" razionali, sociali, capaci di scegliere tra il bene e il male. Ne è consapevole lo stesso Darwin, allorché sostiene che il senso di giustizia dipende dall'abitudine, e non riguarda qualcosa di metafisicamente Vero: "Se ad esempio gli uomini fossero allevati nelle stesse condizioni precise delle api, possiamo supporre che, come le api operaie, le nostre femmine non sposate riterrebbero un sacro dovere uccidere i loro fratelli, le madri cercherebbero di uccidere le loro figlie fertili, e nessuno penserebbe di intervenire" ("L'origine dell'uomo", Newton, 1994, p. 603). Così, se l'uomo fosse veramente, solamente, un'altra forma di scimmia, verrebbe meno l'idea, come scriveva Russell, che possano esistere dei "diritti umani" sacri ed inviolabili, superiori a quelli delle altre creature. Infatti, a ben vedere, dovrebbe valere, per le bestie come per noi, la stessa legge: quella del più forte, la legge della selezione naturale. Legge, questa, che piaceva indifferentemente a Marx ed Engels, che la considerava l'altra faccia della medaglia della lotta di classe, e agli economisti liberisti, di cui Darwin era un accanito lettore, ritenendo che "la forza motrice dell'evoluzione" fosse "una specie di economia biologica in un mondo di libera concorrenza" (Russell, op. cit.). Legge, ancora, che affascinò anche due grandi ammiratori di Darwin, Hitler e Stalin, suoi appassionati lettori, oltre che i primi ad applicare politicamente concetti quali l'eugenetica, la negazione dell'individuo in nome della specie (vedi statalismo e nazionalismo), la selezione artificiale delle razze o delle classi sociali. Le conseguenze pratiche del cieco materialismo evoluzionista sono infatti devastanti. Ne esplica alcune lo stesso Darwin, quando nel suo "L'origine dell'uomo", dopo aver proclamato l'inferiorità mentale e fisica della donna rispetto all'uomo, dopo aver parlato degli "idioti" come esseri "molto pelosi che tendono a esibire caratteri di un tipo di animale inferiore", e dopo aver citato suo cugino, Francis Galton, padre dell'eugenetica moderna, propone che la generazione tra uomini avvenga nello stesso modo di quella tra bestie di un buon allevamento: "Noi uomini civilizzati, d'altra parte, facciamo di tutto per arrestare il processo di eliminazione; costruiamo asili per pazzi, storpi e malati; istituiamo leggi per i poveri ed i nostri medici esercitano al massimo la loro abilità per salvare la vita di chiunque, fino all'ultimo momento. Vi è motivo per credere che la vaccinazione abbia salvato un gran numero di quelli che per la loro debole costituzione un tempo non avrebbero retto al vaiolo. Così i membri deboli delle società civilizzate propagano il loro genere. Nessuno di quelli che si sono dedicati all'allevamento degli animali domestici dubiterà che questo può essere altamente pericoloso per la razza umana. E' sorprendente quanto presto la mancanza di cure, o cure non appropriate, porti alla degenerazione di una razza domestica, ma eccettuando il caso dell'uomo, è raro che qualcuno sia così ignorante da permettere che i propri peggiori animali si riproducano" (op. cit., p. 628). Riproporre oggi, dopo che, anche la scienza ammette l'impossibilità di penetrare realmente nel regno della psiche (dimostrando così la sua assoluta alterità rispetto alla materia), l'idea che Darwin ha dell'uomo, non è allora altro che il tentativo di fondare filosoficamente un terribile tentativo in atto: quello di cancellare il concetto di diritti umani, abbassandoli al livello dei diritti animali; quello di eliminare la concezione cristiana che vincola la dignità umana all'anima immortale, e non alla "composizione materiale", alla salute fisica, alla povertà o alla ricchezza; quello, in sintesi, come si è già detto, di trasformare i medici in veterinari. Ecco spiegato il celebre discorso di Veronesi (Corriere della Sera, 15 maggio 2005) sul suo essere "animalista e vegetariano", e nel contempo sull'uomo che equivale geneticamente allo scimpanzé, per poi legittimare la sperimentazione occisiva sugli embrioni umani! Quello che importa è infatti abbassare l'uomo al livello di animale, per giustificare così, filosoficamente, l'aborto selettivo dei feti malati, o semplicemente imperfetti; le diagnosi prenatali con scopo eugenetico, sino alla proclamazione, come ha fatto Franco Chiarenza, vicepresidente della Fondazione Einaudi, del "dovere" per i genitori di eliminare i figli con handicap; la selezione eugenetica degli embrioni, e mille altre mostruosità, sino alla stessa eutanasia. Proprio riguardo a quest'ultima, infatti, in un libro in cui ne propone la liceità, Veronesi scrive: "Considero la morte nient'altro che un evento biologico. E' la rigenerazione, il lasciare spazio agli altri, come fanno gli animali che da vecchi si staccano dal branco per andare a morire da soli. Credo che una vita basti e avanzi. Ho visto morire meglio i pazienti senza fede" ("L'ombra e la luce") Non siamo noi uomini, dunque, "bruchi nati a formare l'angelica farfalla", come secoli di fede, cultura, arte e filosofia ci hanno insegnato; non "animali razionali" capaci di pensiero e di amore, ma solo bestie di un branco, che devono via via fare spazio ad altre: masse animali, senza volto e senz'anima, senza individualità e senza valore, se non quello generico della specie. "Siamo - scrive ancora Veronesi - parte di un grande disegno biologico che prevede quattro tappe. Nascere, procreare, allevare i figli, morire" (op. cit.). Nient'altro: il resto, per lui, come per gli altri darwinisti, sono favole e sentimentalismi da cattolici! Ecco perché, per concludere, l'intreccio tra darvinismo e disprezzo dei "diritti umani", evidente sul piano filosofico, è perfettamente dimostrabile anche sul terreno storico: fondatori dell'eugenetica sono il figlio di Darwin, Leopold, e, soprattutto, suo cugino, Francis Galton; apologeti e apostoli dell'eutanasia, dell'aborto, della fecondazione artificiale, e financo della liberalizzazione delle droghe, sono l'amico e discepolo di Darwin, Thomas Huxley, e i suoi figli Aldous e Julian. A quest'ultimo, in particolare, si deve non solo l'aver contribuito alla formulazione del neodarwinismo, ma anche la fondazione della American Eugenics Society, della British Eugenics Society e della Euthanasia Society.
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Il buon Umberto Veronesi non conosce riposo, non vuole permettere che fondamentalisti, assolutisti, dogmatici di ogni genere, come ama definirli, infettino il mondo con la loro ignorante superstizione. Per questo li combatte, producendo a ritmo continuo libri-interviste, in cui cambiano i partner e gli editori, ma rimangono i concetti fondamentali di sempre: difesa dell'aborto, della fecondazione artificiale, della manipolazione genetica e della clonazione. Una delle ultime fatiche di Veronesi, "La libertà della vita", è un dialogo con un altro pontefice del libero pensiero, Giulio Giorello. Due giganti a confronto, sui grandi temi della vita, della scienza, dell'amore. La presenza di Giorello garantisce una cosa: l'assenza di quegli errori marchiani, di quelle date sbagliate, di quei riferimenti storici inopportuni che solitamente impreziosiscono gli interventi di Veronesi (tipo l'Impero romano che era "in decadenza" nel VII secolo). Ma veniamo al sodo. Per iniziare, secondo una strategia propagandistica affinata, occorrono alcune boutade, come l'affermazione secondo cui la chiesa sarebbe sempre e comunque per il dolore, fino se possibile a contrastare le cure palliative e l'utilizzo di farmaci antidolorifici, o come la storiella dei medievali che in nome di Dio si opponevano all'invenzione degli occhiali peri miopi. Si crea così lo sfondo grottesco su cui innestare l'idea fondamentale: sappia il lettore che i due protagonisti del dialogo sono in lotta permanente contro entità spaventose, di una ignoranza e di una rozzezza senza pari. Fatta la premessa, lo scienziato Veronesi può sbizzarrirsi a sostenere, anzitutto, che il compito affidato dall'evoluzione all'uomo (animale senz'anima) è solo quello di fare figli: "Dopo aver generato i doverosi figli e averli allevati, il suo compito è finito, occupa spazio destinato ad altri", per cui bisognerebbe che le persone a cinquanta o sessant'anni sparissero" (p. 39). Si passa poi a Dio, che Veronesi liquida in poche righe, come una invenzione dell'uomo, di cui nella Russia comunista nessuno in fondo sentiva il bisogno. Del resto "anche gli elefanti pregano" (p. 47), e la fede degli uomini nasce di fronte ai temporali, ai lampi e ai tuoni, per paura... (evidentemente permane, purtroppo, anche nell'era del parafulmine, ma solo come residuo primordiale). Ciò non toglie, riprende Veronesi, che si debba dialogare anche con i credenti: pensierino ipocrita di cui ogni buon laicista ama fregiarsi, dopo varie manifestazioni di alterigia e disprezzo. Il culmine del grottesco, in un libro che è veramente piccino in tutti i sensi, viene raggiunto nell'ultimo capitoletto, dove si parla di clonazione, terapeutica e riproduttiva. "E perché non provare a immaginare per i tempi futuri piccoli gruppi che si riproducono e si, diffondono per clonazione?" (p. 83). A questo punto Veronesi immagina il caso di una donna bella e intelligente che voglia un figlio, senza uomini, perché li odia, e ricorra quindi alla clonazione. Come e perché impedirglielo, chiede Giorello, secondo cui tutto ciò che uno desidera può automaticamente farlo (senza rispetto alcuno per l'innocente il debole che vi è coinvolto): "A chi fa male la scelta della nostra ipotetica donna che odia l'intero genere maschile?". E Veronesi risponde: "Non credo che di per sé la mancanza dell'eventuale padre possa costituire da sola una ragione contro quel tipo di clonazione" (p. 89). E prosegue: "Ha senso, e se sì dove è il senso, che per avere un figlio ci vogliano sempre comunque un maschio e una femmina?... Dopotutto non pochi esseri viventi primordiali si perpetuano per autofecondazione. Certo per le specie evolute la dualità maschio femmina è apparsa sempre inderogabile. Ma possiamo dirlo ancora, dal momento che siamo capaci di manipolare il Dna e di clonare? Perché tanta paura della clonazione se l'abbiamo davanti agli occhi ogni volta che assistiamo ad un parto gemellare? Come tu dicevi: perché mai dovremmo per principio vietare alle donne di donare se stesse?" (p. 91). Detto questo, Veronesi conclude addirittura dicendo che la clonazione è in realtà il metodo migliore di riproduzione della specie umana perché "il desiderio sessuale cesserebbe così di essere uno dei maggiori elementi di competizione" e nessuno "sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner". Nascerebbe così una società "quasi felice", in cui ognuno vivrebbe "quell'ansia di bisessualità che è profondamente radicata in noi", e "avremmo davanti a noi il Paradiso terrestre". Finisce così, con questa splendida promessa l'ennesima filippica dello "scienziato" laico, che vuole per tutti, in nome della libertà e della scienza, figli in provetta, figli clonati, uomini ermafroditi, e una società senza l'amore tra uomini e donne. E poi dicono che la chiesa è sessuofobica... 24 January Omofobia -parola creata ad arte dai gayLettera pubblicata da «Avvenire» il 20 dicembre 2007: «Credo che la nostra società stia facendo un grave errore: ha concesso all’ideologia gay il monopolio del linguaggio. Un po’ di anni fa qualcuno mi ribattezzò “eterosessuale”. Io ero semplicemente “normale”. Mia moglie e io avevamo formato una famiglia, società naturale fondata sul matrimonio, i cui diritti sono riconosciuti dalla Costituzione. Desideravamo dei figli, e questo veniva incontro alle necessità della società, che ha bisogno di 2,1 figli per donna per sussistere. I figli nacquero attraverso normali rapporti sessuali, che, essendo potenzialmente fecondi, hanno una rilevanza per la società e per lo Stato. La distinzione è quindi tra rapporti sessuali e rapporti omosessuali: questi ultimi sono scelte personali, prive di rilevanza sociale, essendo rapporti infecondi (sottolineo “scelte”: una persona può avere tendenze omosessuali e scegliere di NON avere rapporti). Quel prefisso “etero” proviene dall’ideologia gay. Poi qualcuno cominciò a sostituire la parola “omosessuale” con la parola “gay”. Più spiccio, dicevano. Spiccio e falso: omosessuale e gay non sono sinonimi. Gli omosessuali non gay sono la maggioranza: sono persone riservate, che non amano il chiasso, che non vanno in tivù e non sfilano in piazza, che non rivendicano diritti particolari. Ognuno di noi ne conosce qualcuno. (…). Poi arrivò l’omofobia. Ha un suono simile a una malattia (claustrofobia, aracnofobia,…), ma è una malattia inesistente, inventata dall’ideologia gay per i suoi scopi. Discriminazione nei confronti degli omosessuali? Il discorso discriminatorio comincia a diventare un po’ ridicolo: conoscete casi di persone rifiutate sul lavoro perché omosessuali? Ragazze vengono invece rifiutate perché giovani spose a rischio di maternità. Persone omosessuali siedono in Parlamento, sono ai vertici di diverse Regioni, sono presenti nel mondo dell’arte, del teatro, della tivù, del cinema, della letteratura, della moda, nelle università e nelle scuole di ogni ordine e grado, hanno una disponibilità di reddito ben superiore alla media, hanno organizzazioni nazionali a loro disposizione: la discriminazione non esiste. La cosa è talmente vera che i casi vengono cercati ed enfatizzati ad arte, come il recente fatto del “gay fuori dal coro parrocchiale”. La finta malattia detta omofobia serve solo a zittire coloro che contestano l’ideologia gay (si dà dell’omofobo un po’ come un tempo si dava del fascista). All’estero siamo già arrivati alla discriminazione rovesciata: alla fine del 1998 il 25% dei ministri maschi del governo Blair erano omosessuali dichiarati. Adesso arriva il “gender”. Esplode in Italia dopo una lunga preparazione a livello di Onu e Comunità Europea. Una serie di amministrazioni pubbliche si sono già dotate di testi che contengono la parola “genere”, spesso inserita giocando sulla buona fede degli amministratori che ritengono “genere” la parola elegante da usare al posto di “sesso”. Ho letto sull’”Unità” che l’Istat fa già le statistiche di “genere” (uno degli infiniti sprechi di denaro pubblico). Solo adesso che la parola è presente ovunque si comincia a spiegare che i generi non sono i due sessi, ma sono 5, o 7, o più ancora. Viene già usata la parola “omocrazia”? Prima o poi bisognerà usarla. Non perché i militanti gay sono presenti ovunque nelle istituzioni (questo è ovviamente legittimo, se c’è chi li vota) ma perché già avvengono episodi come questo: in una scuola non lontana dal mio paese, per il “monte-ore” degli studenti viene promosso un incontro con rappresentanti di una associazione gay sul tema, scontato, dell’omofobia; una rappresentante degli studenti chiede ai militanti gay la presenza di una controparte; la risposta: “Non è possibile, perché la controparte a questo gruppo sarebbe un omofobo”. In Italia si può prendere in giro Prodi, si può deridere Berlusconi, si può satireggiare il Papa fino all’insulto, ma un militante gay non può nemmeno essere contraddetto. Ognuno giudichi da sé questo episodio. Io lo riassumo in due parole: la casta. Firmato: Giovanni Lazzaretti-San Martino in Rio (RE)». Inconciliabilità tra «progressismo» e cattolicesimo![]() E' anche questo: permettere uno spettacolo tanto ripugnante e nel cuore della «città eterna»
Non ne abbiano a male i dossettiani né i cattocomunisti se il loro modo di vedere sarà inesorabilmente fuori dalla logica di un sano ed autentico cattolicesimo e ne dimostri la sua reale incompatibilità. Un riscontro evidente del fatto che gli errori della Russia si siano, ahimè!, in certa misura, diffusi nel mondo intero (come profetizzato a Fatima) si avverte proprio nella estesa convinzione, quasi unanime, che ritenga anche inconsciamente ed inconsapevolmente accettata la fede materialistica. Il progressismo ideologico, invece (che si veste di modernismo in campo religioso) suppone proprio la sovversione delle certezze ideologiche sulla base di una potenza generativa, che procede dal basso; l'ordine logico e consequenziale che appartiene alla natura dell'uomo ed alla evidenza del reale resta vittima di un'aberrante sovversione nichilista: non è il reale ad essere percepito e conosciuto come dato esterno ed informante l'uomo (come per esempio Dio e la sua legge), ma rimane chiuso nel circolo vizioso di una creazione umana, parto del pensiero dell'uomo ed ancor di più del fatto comportamentale. «In campo psicologico, molti considerano l'omosessualità come un disordine soltanto quando non è voluta dalla persona, cioè quando è ego-distonic: questo è, per esempio, l'approccio del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, voluto dal consiglio direttivo dell'APA, l'Associazione Psichiatrica Americana, anche quando un sondaggio indipendente, realizzato fra gli psichiatri statunitensi - mentre il Manual era in preparazione - mostrava che la maggioranza di essi considerava l'omosessualità come un disordine del comportamento sessuale. La posizione accolta dal Manual non è di carattere scientifico, ma espressione del relativismo nel campo della psicologia, dal momento che, nella sua prospettiva, ogni considerazione sull'omosessualità - e non solo - dev'essere non di tipo oggettivo, ma di tipo soggettivo. Se il soggetto, cioè, si sente gratificato dagli atti omosessuali esso è da considerarsi normale: è come dire che, se il tossicodipendente, l'alcolizzato, lo zoofilo, il voyeur, il sadico, il masochista si sentono gratificati dalle loro azioni disordinate, sono da considerarsi normali e vanno incoraggiati a proseguire nella loro scelta di vita. Nel 1994 il consiglio direttivo dell'APA ha tolto dal settore delle patologie del Manual anche la pedofilia, e con le stesse motivazioni: la pedofilia sarebbe un disordine soltanto se il pedofilo soffre per la sua pedofilia» (3); solo chi voglia negare la ragione si renderà conto della assurdità di simili assunti e della pericolosità di tale approccio ideologico relativista; tutto ciò è alla base della cosiddetta variabilità della morale, del senso del pudore e del buon costume; oggi si sente pudico ciò che domani non lo sarà più. L'obiezione che veda l'omosessualità ed ogni devianza umana presente fin dall'antichità non ne giustifica affatto la bontà e giustezza; il fratricidio risale a Caino, ma non per questo è cosa buona. Il cattolicesimo pretende (e riesce a farlo!) di fissare la verità della sua morale sulla trascendenza infinita dell'Essere immutabile, non soggetto a cambiamento e mutazione di sorta; totalmente radicato nella realtà di un'etica non negoziabile né soggetta all'umano capriccio, perchè rivelata per sempre!, elevando in tal modo l'uomo alle sue più nobili capacità, proiettandolo nell'universo dell'infinito, lo rende simile a Colui al quale deve aderire e del quale - se vuole la Vita - deve vivere in eterno. Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved. 10 January LETTERA APERTA AL DIRETTORE DE “IL FOGLIO” GIULIANO FERRARA
MORATORIA SULL’ABORTO
Egregio Direttore,
il Centro Cultura Cristiana di Verona si complimenta vivamente con lei per questa coraggiosa iniziativa che moltissimi italiani in cuor loro si aspettavano… non certo da lei, ma forse è per questo che tale battaglia acquista tutto il suo più profondo significato. Nel confermare la nostra adesione alla moratoria, vorremmo chiederle la gentilezza, con l’occasione, di darci lo spazio per mettere in evidenza alcuni aspetti di questa legge che forse è conosciuta solo superficialmente anche dagli stessi politici, molti dei quali la difendono perché nel titolo dichiara di tutelare la maternità, mentre in realtà incentiva e finanzia la strage degli innocenti. Lo diciamo soprattutto per quei cattolici di sinistra, i cosiddetti “Teo-dem” del PD, Senatrice Binetti in testa, i quali dichiarano che, tutto sommato, la 194 non sarebbe così negativa se fosse applicata nel suo complesso, (vedi intervista al “Giornale” del 8.1) come se gli aborti finora realizzati in Italia - circa 5 milioni di bambini ammazzati legalmente con i soldi degli italiani che pagano le tasse - non fossero conseguenza diretta di questa legge iniqua! La 194 è una legga ipocrita perché mentre nel 1° articolo dichiara di tutelare la vita umana dal suo inizio, poi di fatto viene tollerata, anzi incentivata la scelta di abortire entro i primi novanta giorni, senza alcuna motivazione da parte della donna e senza la possibilità di opporsi da parte di chiunque voglia impedire l’uccisione dell’innocente concepito, padre compreso; l’articolo 12) impedisce perfino ai genitori di opporsi alla volontà della figlia minorenne che vuole abortire. In pratica la 194, mentre dichiara di tutelare i diritti della donna e del concepito, di fatto è un semplice lasciapassare per tutte le donne che, sposate o meno, vogliono sbarazzarsi del figlio con assoluta facilità, senza considerare che questo gravissimo omicidio è una porta aperta verso ulteriori crimini. Infatti quando il male non solo è tollerato, ma legalizzato dallo Stato, la coscienza personale del cittadino (cioè la consapevolezza nel distinguere il bene dal male) si affievolisce sempre di più, ci si sente quasi giustificati nel compiere i misfatti, e si entra in un vortice di progressiva malvagità come l’efferatezza di certi delitti dimostra purtroppo ogni giorno. Anzi, si è arrivati a un livello tale di perversione che adesso i criminali sono scelti per degli spot pubblicitari, come fossero degli eroi e dei modelli da proporre alle nuove generazioni! Non contente di aver abortito magari più volte in giovane età, molte donne tormentate dai rimorsi, con l’avanzare degli anni e in vista di dare l’addio al tempo della fertilità, pretendono un figlio a tutti i costi attraverso fecondazioni in vitro o simili che non sono altro che ulteriori aborti di embrioni, cioè di nascituri. Non ci scagliamo contro la donna, perché alla fine è sempre la stupida vittima di un sistema sociale iniquo, tuttavia è anche doveroso aprire gli occhi davanti ad una cruda realtà che deve essere cambiata per il bene di tutta la Nazione. Un figlio che nasce è sempre un dono di Dio, anche se il concepito è frutto di violenza. Poco si fa propaganda sul fatto che ogni donna ha la possibilità di lasciare il bambino appena nato alle cure dell’ospedale per l’adozione immediata, nel più assoluto anonimato! In casi estremi, meglio avere il coraggio di far nascere il proprio figlio e affidarlo ad altri piuttosto che ucciderlo brutalmente nel proprio grembo. Ogni vita che viene fatta nascere è un chiaro segno di speranza e di pace per il futuro dell’umanità.
Patrizia Stella Centro Cultura Cristiana - Verona
P.S. INVITIAMO TUTTE LE PERSONE CHE CREDONO IN QUESTI VALORI A DARE LA LORO ADESIONE SCRIVENDO AL DIRETTORE DE “IL FOGLIO” GIULIANO FERRARA: 08 January MITI E LEGGENDE SULLA LEGGE 194
01 January Chi è il Messia?Chi è il Messia?
Alla fine la povera Paola Binetti, senatrice cattolica del PD, ha scomodato lo Spirito Santo per ringraziarLo del fatto che il decreto sulle espulsioni dei cittadini neocomunitari, contenente l’emendamento anti-omofobia, voluto dai ministri Ferrero e Pollastrini per accontentare la comunità omosessuale e la sinistra radicale, è stato lasciato decadere. La legge 13 ottobre 1975, numero 654 (ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966) all’articolo 3 comma 1 stabilisce che «Salvo che il fatto costituisca più grave reato, anche ai fini dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della convenzione, è punito: Il meccanismo - dicevamo - è automatico e, se non fosse stato per un errore materiale, sarebbe divenuto inesorabile: ammantandosi di un riferimento astratto ai poteri delle istituzioni europee, Lo trovate nel sito dell’Unione Europea ed è un termine francese che significa, sostanzialmente, «l’UE così com’è»: comprende tutti i trattati, le leggi, le dichiarazioni, le risoluzioni, gli accordi internazionali in materie di competenza dell’UE e le sentenze pronunciate dalla Corte di Giustizia. Insomma l’Acquis sono le norme con cui stanno cambiando la nostra vita e la nostra identità. In ogni caso, tornando alla norma che volevano imporre a casa nostra, ci domandiamo perché tutti coloro che in Europa sono così sensibili alle discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, tacciono quando queste cose accadono in Israele? Inoltre ad imitazione della Legge sui Matrimoni che vige sempre in Israele, rinnovata ed estesa dal Parlamento israeliano se non ricordiamo male nel 2005, in base a cui non sono riconosciuti dallo Stato di Israele i matrimoni fra palestinesi israeliani e palestinesi che vivono nei territori occupati, chiederemmo a quello stesso deputato, magari della Lega, di proporre di vietare i matrimoni tra extracomunitari che vivono fuori dello Stato italiano ed extracomunitari divenuti cittadini italiani, per vedere la reazione dell’UCEI (Unione delle Comunità ebraiche in Italia). Il 22 agosto, per non smentirsi, il sopracitato Baruch Marzel, che dal 1984 si è trasferito ad Hebron, nel più provocatorio degli insediamenti israeliani, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Grazie a Dio altre 10 famiglie ebree sono venute a vivere a Hebron e la nostra situazione sta migliorando. Tutto sta andando nella direzione giusta, e stimiamo che circa 40.000 arabi abbiano lasciato Hebron in Giudea e Samaria (la Cisgiordania). Tutti sanno che non ci sarà uno Stato palestinese, e che mezzo milione di Ebrei vivranno qui. Il punto è se gli arabi che rimarranno accetteranno questa situazione oppure no. Se combattono, saranno espulsi». Di Hamas dice: «Penso che Hamas sia un potere controverso. Sono dei religiosi. Li combatteremo. Comunque Abu Mazen (il presidente Mahmoud Abbas) e i suoi seguaci potrebbero essere corrotti con denaro, e noi sappiamo come trattare con loro. Per quanto riguarda Abu Mazen, non mi piace, e se fosse stato necessario l’avrei ucciso. Comunque, oggigiorno risulta simile alle organizzazioni internazionali, entrambi non combattono contro di noi, e questo è il motivo per cui noi non combattiamo contro di loro. Se dovessero riprendere le armi, li combatteremmo come facciamo con Hamas». Cosa è successo l’ abbiamo visto: il genocidio di un popolo, la Shoah dei palestinesi. Ma badi Israele di non stancare la pazienza degli uomini e di non sfidare la potenza di Dio. Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved. 12 December La Casta ci precetta Dunque, ricapitoliamo: i taxisti? «Squadristi» per Prodi.
I padroncini di Tir? «Deplorevoli» per Prodi, autori di «serrata» per i giornali di sinistra, i quali invocano la repressione di polizia. Gli artigiani e i piccoli bottegai? «Evasori» per Visco, da trattare con irruzioni di fiamme gialle pistola in pugno. I giovani che non trovano lavoro? «Bamboccioni» per Padoa Schioppa. I benzinai? Da abolire per consegnare le pompe alle COOP, secondo Bersani. Categoria per categoria, a poco a poco il governo più incompetente che l'Italia abbia mai avuto Lo sciopero congiunto, pochi giorni fa, di parassiti Alitalia, delle Ferrovie, dei traghetti e dei trasporti municipali, è stato da lorsignori accettato con olimpica serenità: sono dipendenti pubblici, dopotutto. Eh no. Voglio ricordare che i dipendenti del ministero dei Trasporti, quelli su cui presiede il ministro Bianchi che precetta i padroncini, dalla loro cassa interna pagata da noi contribuenti con le sovrattasse, ricevono un assegno di morte di 30 mila euro, senza contare i contributi per i libri scolastici (250 euro), il doppio TFR (ai lavoratori privati è stato tolto), le regalie per cure odontoiatriche (9 mila euro l'anno), eccetera eccetera. Per le famiglie dei morti Thyssen, altri lavoratori e gente comune fanno collette, versano denaro sudato e scarso. Ora, questa Casta minaccia multe ai TIR: fino a 25 mila euro al giorno per i trasgressori della precettazione, abbastanza da stroncare per sempre il mestiere. Invece, lo sciopero dei TIR mostra, con la forza dell'esempio, di quali ceti ha bisogno l'Italia, e di quali no. E possiamo vedere che senso ha oggi la «legalità»: oggi è «legale» ciò che protegge e arricchisce la Casta e i suoi parassiti di riferimento, il suo corpo sociale di sostegno, e «illegale» tutto ciò che serve ai privati, e alla vita produttiva. Quando la «legalità» si riduce a questo stato di iniquità e corruzione, come ho detto qualche volta, occorre smettere di pensare in termini di «legalità» o di «riforma del sistema», e cominciare a pensare in termini di rivoluzione: ossia su come fondare una nuova legalità, più legittima, dove il giusto e l'ingiusto ritrovino il loro posto vero. La rivoluzione è la liberazione dai parassiti succhia-sangue e dalle burocrazie inadempienti (non fanno il servizio per cui sono pagate), costosissime e che per di più hanno sequestrato la legalità e ci insultano. Ma ci siamo spesso detti, in queste pagine, che la rivoluzione è impossibile oggi in Italia: Paese troppo fratturato fra gruppi d'interesse minimi e tra loro ostili per trovare una unità d'intenti, dove metà della popolazione vive di parassitismo o spera di approfittarne, dove - per di più - i potenziali rivoluzionari non hanno autonomia economica, danno allo Stato il 60% di quel che guadagnano, e campano, se va bene, con 50 euro al giorno. Il fatto è che, in situazioni del genere, la rivoluzione si fa da sé. Chi li guida fa un lavoro usurante ma non riconosciuto come tale (i benefici per lavoro usurante vanno ai piloti Alitalia e ai tranvieri). La protesta di questa classe vessata di lavoratori è sacrosanta. Ed è questo, lo sappiano o no, il fattore rivoluzionario: al governo inadempiente e parassitario devono rivolgersi. Come sempre le caste parassitarie: «con il richiamo all'ordine», alla «legalità». No, bisogna resistere a questa propaganda. Degli autotrasportatori no, ci sono indispensabili. Voglio dire: quella rivoluzione era ancora più sporca, e durò cinque anni. In fondo, viviamo in questi giorni nel mondo che i Verdi ci vogliono imporre per ideologia: niente carburante, niente gite fuoriporta né trasferte per la squadra del cuore, penuria del superfluo e del necessario. Di che vi lamentate, voi che avete votato Pecoraro Scanio, che avete votato Bianchi e Bersani votando la loro ideologia paleo-marxista, che tratta da nemiche le classi non-parassitarie? Cominciate a capire che sono superflui? Copyright © - EFFEDIEFFE - all rights reserved. 11 December Intervista ad Ariel S. Levi di GualdoIntervista ad Ariel S. Levi di Gualdo (1)
Maurizio Blondet
11/12/2007
Pubblichiamo l'intervista che un noto giornalista ha fatto ad Ariel Levi di Gualdo sul suo libro «Erbe Amare - il secolo del sionismo». D. Tu sei ebreo o cristiano? D. Tra le tue righe giungi a negare che gli attuali ebrei siano i legittimi eredi dell'antico ebraismo … D. Se non è ebraismo che cosa è? D. Esiste oggi il problema ebraico? D. Insisti molto che oggi i colpiti sono i cattolici. D. Come mai li trovi patetici? D. Hai mai potuto dire in pubblico le cose scritte nel tuo libro? D. Ma avrai bussato anche alla stampa cattolica. D. Sì. Io intendo che dietro alla tua faccia da angioletto si cela un figlio di… Maria! D. Riguardo i pericoli del dialogo interreligioso di cui parli? D. A fine libro ringrazi il tuo maestro gesuita Peter Gumpel ma nel corso della narrativa usi altri toni col gesuita Carlo Maria Martini. D. Cosa avrebbe dovuto rispondere? D. Diritto razzistico di sangue? D. Nelle pagine dedicate a Pio XII ironizzi su Alberto Melloni. D. Fammi un esempio di cosa vuol dire essere cattolici coerenti. D. Emerge sempre il tuo impasto d'ironia tosco-siciliana. D. Sei piuttosto duro…
(Fabio de Fina) 17 November La falsa teoria dell'evoluzionismoDa parte dell' ASSOCIAZIONE GENITORI CATTOLICI (www.genitoricattolici.org ) mi è stato segnalato un video molto interessante (contenente l'opinione di diversi uomini di scienza) che fa piazza pulita della teoria dell'evoluzionismo. Il video può essere visto cliccando sul seguente link http://video.google.it/videoplay?docid=-1284361946744030717&q=UNA+QUESTIONE+DI+ORIGINI&total=5&start=0&num=10&so=0&type=search&plindex=0 prima che venga "censurato".
12 November Chi sono i pedofiliQual è il partito dei pedofili?Il Partij voor Naastenliefde, Vrijheid en Diversiteit ("Amore del prossimo, libertà e diversità"), abbreviato in NVD, è nato in Olanda il 31 maggio 2006, fondato da Marthijn Uittenbogaard, Ad van den Berg e Norbert de Jonge. È noto alle cronache come partito dei pedofili (o "delle merde umane"), per gli scopi che si propone di raggiungere: Il tribunale dell'Aia ha respinto la richiesta di impedire al partito dei pedofili di partecipare alle elezioni nazionali, sulla scia della lunga tradizione di tolleranza dei Paesi Bassi, perché - ha dichiarato il giudice - il partito «non ha commesso un crimine, ma chiede una riforma costituzionale». I Radicali Italiani, in un convegno del 27 ottobre 1998 promosso da Marco Pannella, hanno lanciato parole di fuoco contro la legge 269 dell'agosto 1998 che, oltre a punire lo sfruttamento sessuale dei minori, obbliga anche gli Internet provider a una impropria funzione di controllo e di censura dei contenuti da loro veicolati, pena la chiusura e il sequestro dei server. Gli invitati Ernesto Caccavale (eurodeputato), Sergio Seminara (professore di diritto), Massimo Bordin (direttore di Radio Radicale), Roberto Cicciomessere (direttore di Agorà telematica) l'hanno definita "mostruosità giuridica", legge da "caccia alle streghe", "illiberale", "antigarantista", "cavallo di Troia contro Internet". Il 5 dicembre 2001 Radio Vaticana ha intervistato (proprio a proposito di quel convegno) Daniele Capezzone, portavoce dei Radicali, che si è espresso in questi termini: «la pedofilia al pari di qualunque orientamento e preferenza sessuale, non può essere considerata un reato». Un'altra "anima radicale", tale Marco Cappato, segretario dell'Associazione Luca Coscioni, ha difeso al TG2 il diritto dei pedofili olandesi ad avere il loro partito. Va detto che questo individuo è sempre in prima linea quando si tratta di denunciare la "pedofilia in Vaticano". Ipocrisia? No, anzi: coerenza assoluta. Cappato desidera che la pedofilia venga regolata da leggi, così non ci sarebbe violenza ma soltanto "amore". Inoltre questo tipo di amore farebbe bene alle casse dei soliti ignoti, poiché il business del commercio di materiale pedopornografico permette affari d'oro. Dal sito Archivio del Novecento (Istituto: Archivi Radicali; Fondo: Marco Cappato; Serie 4: Diritti umani e dei cittadini; Sottoserie 8: Prostituzione, pedofilia, razzismo, privacy 1995-2003) apprendiamo che Marco Cappato ha ricevuto una lettera da William Andraghetti, pedofilo orgoglioso di esserlo, che così gli scrive (10/03/2002): «Gentile sig. Cappato, tempo fa le avevo inviato una domanda alla quale, per ora, non ho avuto risposta. Le chiedevo: che cosa intendono fare i radicali nei riguardi del problema pedofilia? Io sono pedofilo e gradirei che il suo partito prendesse una posizione chiara sulla pedofilia. Avete progetti, iniziative? Oppure, visto l'argomento scomodo, avete pensato di soprassedere? Grazie. William.» Ecco la risposta di Cappato (10/03/2002): «Mi pare che i radicali siano stati e siano molto chiari nel denunciare i metodi da caccia alle streghe sui casi di pedofilia, così come il proibizionismo su internet e la sottovalutazione dell'impatto della pedofilia "domestica". Al tempo stesso siamo stati rigorosi - vedasi l'azione di Olivier Dupuis - nel denunciare le coperture di casi di violenze sui minori realizzati in ambienti "di potere" in Belgio.» Due giorni dopo, una utente che si firma "Interdetta", chiede spiegazioni riguardo a questo intervento non troppo chiaro: «Ciao, potresti spiegarmi cosa significa che voi radicali vi siete battuti contro "i metodi di caccia alle streghe sui casi di pedofilia (ok, fin qui ti seguo), così come il proibizionismo su Internet e la sottovalutazione dell'impatto della pedofilia domestica"? Non mi è affatto chiaro, posto che la battaglia di Dupuis in Belgio è stata grande. Ciao.» Ed ecco l'incredibile replica di Cappato (16/03/2002): «Al centro delle varie operazioni antipedofilia c'è; stata la demonizzazione di Internet, con procedimenti penali anche a carico di chi ha semplicemente visitato siti pedofili. Al tempo stesso si è trascurato il fatto che la stragrande maggioranza degli episodi di abusi sui minori avviene tra le mura domestiche.» In merito alla prima lettera, posso solo ricordare che William Andraghetti è un operatore turistico bolognese, frequentatore di circoli esoterici e caro amico del capo di una infame setta satanica italiana. Andraghetti sostiene che «la differenza tra il pedofilo e il violentatore corrisponde a quella tra proporre e imporre [...] il pedofilo propone un rapporto a un minore, che può accettare o rifiutare, mentre il violentatore si prende comunque il piacere con la forza». Il pedofilo Andraghetti è stato condannato nel 1987 per violenza carnale su minori, ma per fortuna il gruppo di scrittori Luther Blisset ha permesso a questa persona di difendersi attraverso il loro sito internet, con frasi del tipo: «per alcune categorie di imputati, ieri la "banda dei pedofili" e oggi la "banda dei satanisti", non ci sarà mai vera giustizia e nessuna tutela» e «per chi è diverso la giustizia non potrà mai esistere»). Tuttavia noi non possiamo permetterci di dire che il Partito Radicale, oggi mascheratosi da socialista nella Rosa nel Pugno, sia il partito dei pedofili italiani. |
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